venerdì 6 marzo 2015

Rocca Calascio, soggestioni medioevali


La regione Abruzzo possiede un vasto patrimonio di castelli, le sue valli e le sue montagne sono spesso costellate di fotilizi, torri e rocche che lasciano una forte impressione sul visitatore con il suggestivo sfondo del panorama selvaggio abruzzese. 

Un connubio storico-naturalistico che ci riporta indietro nel tempo e il posto d'onore spetta a Rocca Calascio, situata in provincia dell'Aquila nel territorio del comune di Calascio, all'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Essa si trova a un'altitudine di 1.460 metri ed è una delle rocche più elevate d'Italia, insieme all'antico borgo situato alle sue pendici, fino a qualche anno fa disabitato e oggi ristrutturato con la creazione di un rifugio-hotel.
La Rocca si fonde con l'impervio territorio roccioso che la circonda, costruita in candida pietra calcarea in cima a una cresta che domina la valle del Tirino e della piana di Navelli. Da lassù, si può godere uno spettacolare panorama su Campo Imperatore e sul Gran Sasso. 
La sua fondazione risale intorno all'anno 1000 (l’originale maschio oggi capitozzato forse era già di origine romana), anche se il primo documento storico che ne attesta la presenza è datato 1380. La struttura originaria era costituita da un torrione isolato di forma quadrata, il cui ruolo principale era quello di essere torre di avvistamento per controllare il più importante percorso tratturale aquilano, che passava sotto le sue mura. 

Alla rocca si accedeva mediante un ingresso posto sul lato est, a circa cinque metri di altezza, raggiungibile con una scala di legno che veniva poggiata su due mensole in pietra, tuttora visibili al di sotto della soglia di ingresso. Il fortilizio comunicava con i castelli e le rocche situate fino alla costa adriatica, grazie all'ausilio di torce accese durante la notte o di specchi durante le ore diurne.
Nel XIV secolo divenne possedimento di Leonello Acclozamora, della baronia di Carapelle. Verso la fine del XV secolo fu concessa da re Ferdinando ad Antonio Todeschini, della famiglia Piccolomini. Egli rafforzò la fortificazione dotandola di una cerchia muraria e quattro torri. In questo periodo Rocca Calascio vide crescere la propria importanza e il proprio peso economico e alle sue pendici si sviluppò ben presto un piccolo borgo cinto da mura. Nel 1579 la famiglia fiorentina dei Medici acquistò la Rocca e il vicino borgo di Santo Stefano di Sessanio, per estendere i propri possedimenti e ampliare il commercio della lana
Nel 1703 un disastroso terremoto danneggiò sia la Rocca che il borgo. Restauri conservativi ed integrativi sono stati compiuti tra il 1986 ed il 1989, contrastando il degrado strutturale e favorendo il recupero architettonico e funzionale dell'intero fabbricato, soprattutto della torre centrale quadrata. Gli interventi permettono oggi di visitare l’area.
Rocca Calascio è anche famosa per essere un set d’eccellenza. Ha ospitato, in più occasioni, grandi set cinematografici tra cui i film: "Lady Hawke", "Il Viaggio della Sposa", "Padre Pio", "Il Nome della Rosa", "L'orizzonte degli eventi". Proprio grazie al denaro ricavato dalle riprese cinematografiche fu realizzato parte del restauro.


Per chi volesse fare un piacevole week-end o un soggiorno più lungo, potete scoprire il Rifugio della Rocca. Ecco il link: 

http://www.rifugiodellarocca.it/ 



martedì 17 febbraio 2015

Cinquanta sfumature di schiavitù e oloturie…


Se ne parla tanto, fino allo sfinimento. Potere della pubblicità, di una Biancaneve rivista in chiave erotica e un po' furbetta. Cinquanta sfumature e varie pennellate di rosso. Passione? Non direi. Sono entrata ieri sera al cinema con la mente sgombra, non essendo riuscita a finire il libro ero comunque curiosa, chiamiamola curiosità intellettuale. Ero decisa a restare incollata alla poltrona come una cozza allo scoglio, a guardare il grande schermo in attesa di una rivelazione.

Dopo dieci minuti la mia mente, nel buio abissale del multisala, ha cominciato a pensare con una certa nostalgia agli organismi acquatici galleggianti, che vengono trasportati passivamente negli oceani dalle correnti. Plancton, altro che cozze.  

Dopo venti minuti, avevo deciso che non basta un corpo scolpito per farmi tremare come un crème caramel. Colpa delle sfumature espressive del volto di Jamie Dorman, che non sono cinquanta, ma  si possono contare sulle dita di una mano. Quaranta minuti e Dakota Johnson mi ha fatto tornare in mente Miami Vice e quel gran figo di suo padre Don, Johnson appunto. Altro che cozze. Decisa a trasformarmi in plancton e abbandonare la poltrona/scoglio in gran fretta, mi sono alzata. Un coro di “giù, giù” e “spostati” mi ha accompagnata per qualche secondo. Insomma, non si può mica perdere neppure un fotogramma, no? Magari si perde il filo della trama.

L’amica a fianco mi ha afferrata, volitiva: “Resisti Castellano, magari ti viene qualche idea per i tuoi libri”. Sicuro. Infatti ho deciso che i miei Alfa, alle loro amate, mai più, nemmeno sotto tortura, declameranno questa frase: dimmi che vuoi essere mia. Lo giuro, parola di giovane plancton-marmotta.

Oloturia, o cetriolo di mare
Alla sigla finale, ho deciso che questo film non ha nulla a che vedere con l’erotismo o il BDSM. Che la storia non ha importanza, importano solo le immagini, costruite ad hoc per suscitare determinati sentimenti e appagare certe fantasie. Un documentario sull’accoppiamento delle oloturie (anche conosciute come cetrioli di mare, tanto per restare in argomento oceanico) che non vuol narrare niente, ci mostra solo un’ora e mezza d’immagini di oloturie.

Così, se continuate a leggere, vi avviso che l’argomento da qui in poi è scabroso. Fate un bel respiro, rilassatevi, se siete in ufficio preparate una schermata di salvezza, in caso passi il capo o una collega che non si fa mai gli affari suoi. Se invece avete per le mani un uomo che vi interessa (carnalmente, intendo), continuate a leggere: magari è un dominatore e voi non lo avete mai saputo.

Mi spiego: oggi esploriamo il mondo fumoso del BDSM, mi accingo a chiarirvi le idee su quello che ormai è diventato il leitmotiv delle nostre letture. L’erotico ormai è come il parmigiano grattugiato su  un piatto di maccheroni dal profumo stuzzicante e si sa, sesso e cucina, oggi sono di moda.

Cosa vuol dire BDSM?

La "B" significa Bondage e proviene dal verbo inglese "to bond", pratica che consiste nel bloccare, legare una persona consenziente – sia ben chiaro, tutto deve svolgersi con il pieno consenso di entrambi – con nodi e passaggi di corda in parti sensibili e non del corpo. Qui facciamo una annotazione storica: il bondage tradizionale è stato esportato dal Giappone. Tra il 1467 fino al 1600 circa, il paese fu preda di brutali e violenti conflitti. In questo clima, insieme a un’infinità di nuove arti marziali, si svilupparono le tecniche per catturare, trasportare, interrogare e torturare i prigionieri: Tasuki-dori e Hobaku-jutsu sono metodi tradizionali di cattura e detenzione di un avversario, mentre Hojo-jutsu è una tecnica per usare una corda su un avversario imprigionato. Per questo motivo si presume che le attuali pratiche giapponesi di immobilizzazione erotica abbiamo avuto origine  durante questo periodo.
 
Oggi il bondage ha importanti regole di sicurezza che non devono mai essere valicate, in nessuna circostanza. Esso può essere praticato con corde morbide ma resistenti, con accessori come manette, finimenti di cuoio, lacci di contenzione o foulard di seta. Ad alcuni dominatori piace legare i loro sottomessi anche per poterli nutrire (ecco, come dicevo, i maccheroni…) in un gioco dominatore/dominato molto gradevole per entrambi.

La "D" significa Dominazione. Il dominatore è colui che possiede il controllo o meglio, colui a cui a cui si cede il controllo, perché non ha tutto il potere: può fare solo ciò che il dominato  accetta di concedergli e credetemi, qui sta la grande differenza, il nodo della questione.

La dominazione non è solo sessuale, il piacere tra sottomesso e dominatore è prima di tutto intellettuale e il “gioco” va praticato in un contesto di regole precise, che devono essere seguite da ambo le parti, dato che ognuno ha limiti fisici, morali, emozionali, psicologici e gusti e “fantasmi” differenti. Le regole vanno rispettate e segnano il confine tra colui che controlla e colui/lei/loro che si abbandonano al controllo del Padrone. Il modo in cui questo controllo è esercitato rappresenta la sicurezza fisica, morale ed emozionale dei due partener. Ma non è facile trovare un sottomesso che si adegui al desiderio di dominazione o un dominatore che sappia di cosa ha voglia e bisogno il suo sottomesso.

La "S" significa non sottomissione ma sadismo, quello di cui tanto scrisse il  famoso Marchese de Sade (Donatien-Alphonse-François de Sade, 1740-1814). Ma attenzione: nel contesto del BDSM il sadico non è un torturatore o un dittatore. Il sadico in questo caso non fa soffrire ma presta la massima attenzione a ciò che fa, assicurandosi che il sottomesso sia pronto a subire con la certezza che a quest’ultimo piaccia ogni sua azione.

La "M" significa masochismo. Un masochista è davvero qualcuno a cui piace soffrire? Un masochista è piuttosto qualcuno che si accerta che colui che lo farà soffrire lo farà seguendo le sue regole e le sue inclinazioni. Ci sono molti modi di esprimere il gusto per il masochismo ma al masochista piace, in generale, un miscuglio di dolore erotizzato, calmierato da regole precise di cui parlavano più sopra.

Non esiste un solo tipo di BDSM, ce ne sono molti e coniugati in mille sfaccettature dato che è praticato da persone di natura e gusti diversi. Non si deve mai generalizzare ma sforzarsi di comprendere. Il mondo è bello perché è vario e i nostri desideri, magari nascosti, con la persona giusta possono essere espressi senza timore. In quanto al film, non vi è BDSM. Proprio niente, quello vero è tutt'altra questione...






venerdì 13 febbraio 2015

San Valentino, leggenda o realtà?



Valentino, nome di origine romana: Valente significa infatti degno, forte, potente. Era un nome molto popolare nel tardo impero romano, tanto che nel Martyrologium Hieronymianum (Martirologio Geronimiano) sono elencati ben sette Valentino, morti in diversi giorni dell’anno; c’è persino una Santa Valentina vergine, martirizzata il 25 luglio del 308 a Cesarea, in Palestina. 

I valentini non mancano, dunque ed è tutto ufficiale perché il Martyrologium Hieronymianum è la lista più antica in nostro possesso, dove sono elencati i martiri cristiani della Chiesa latina. Il suo nome deriva dal fatto che fu attribuita (erroneamente) a San Gerolamo. Oggi sappiamo che l’autore è un anonimo del V secolo, vissuto fra Mediolanum e Aquileia, che utilizzò come fonte un martirologio siriaco della seconda metà del IV secolo (forse il Martirologio di Nicomedia, redatto fra il 360 e il 411), il Calendario di Filocalo (354) e un martirologio africano.

Torniamo a Valentino. La festa del 14 febbraio fu stabilita nel 496 da Papa Gelasio I, per commemorare tutti coloro “… i cui nomi sono giustamente venerati tra gli uomini, ma i cui atti sono noti solo a Dio.” Come suggerisce il buon Gelasio, nessuno si riferiva a un Valentino particolare, poiché le informazioni erano vaghe e lacunose. Ma nella Catholic Encyclopedia (Enciclopedia Cattolica) pubblicata tra il 1907 e il 1917 e in altre fonti agiografiche vi è invece un riferimento a ben tre San Valentino, in relazione al 14 febbraio: un sacerdote romano, il vescovo di Interamna (la Terni moderna), che pare fosse stato sepolto lungo la via Flaminia e un terzo un santo che subì il martirio nella provincia romana d'Africa.

I dati riguardanti i primi due martiri contengono elementi leggendari ma esiste un nucleo comune che, di fatto, si può ascrivere a una singola persona e, secondo la biografia ufficiale della Diocesi di Terni, il vescovo di Terni, Valentino, nacque e visse a Interamna, fu imprigionato e torturato a Roma il 14 febbraio del 273 mentre era di passaggio nella capitale. Il suo corpo fu sepolto in un cimitero lungo la via Flaminia, luogo da cui i suoi discepoli lo recuperarono, riportando le sue spoglie a Terni.

Il Martyrologium Hieronymianum però il 14 febbraio cita un solo San Valentino, il martire morto sulla via Flaminia, appunto. Molte leggende sono dunque ascrivibili al nostro santo, del resto in quei tempi era concesso prendere “in prestito” persecuzioni e torture di altri martiri per affibbiarle all’occorrenza e creare così leggende per la propaganda cristiana. 

Il vescovo di Terni fu interrogato dall’imperatore Claudio II sulla religione e sulla conversione. Non si trovarono d'accordo, nessuno cedette: Valentino rifiutò di convertirsi al paganesimo e l'imperatore al cristianesimo. Ovviamente, Claudio II lo fece giustiziare. Ma Valentino era inondato di santità e prima di morire, fece un miracolo: guarì Julia, figlia cieca del suo carceriere Asterio e la sua famiglia, quarantaquattro persone, servi compresi e fu un tale successo che le leggende si moltiplicarono dopo la sua morte, ognuna con un pizzico di pathos in più.

Si dice che Papa Giulio I abbia fatto costruire una chiesa sopra la tomba di San Valentino, ma la leggenda è smentita da ritrovamenti archeologici: in realtà fu un tribuno del IV secolo chiamato Valentino che donò il terreno al papa. Il 14 febbraio venne definitivamente dedicato al Valentino vescovo di Terni nella Legenda Aurea (conosciuta anche come Legenda Sanctorum), raccolta di agiografie di Jacopo da Voragine, una specie di best-seller tardo medievale. Ai tempi, a quanto pare, non si leggevano romance. 

Sembra che il nostro Valentino, la notte prima dell’esecuzione, abbia scritto una “cartolina” a Julia firmandola “dal tuo Valentino”. Espressione ripresa nella tradizione delle lettere d’amore scritte il 14 di febbraio dagli innamorati. Secondo un’altra leggenda, pare che Julia abbia piantato vicino alla tomba del santo un albero di mandorlo dai fiori rosa: ancora oggi il mandorlo è simbolo di costante amore e amicizia.

Non è finita: si narra che Valentino abbia celebrato uno o più matrimoni cristiani clandestini tra i legionari di Claudio II, a cui era proibito sposarsi per timore che non sarebbero stati abbastanza coraggiosi. Secondo la leggenda, per "ricordare ai soldati i loro voti e l'amore di Dio”, Valentino li invitò a tagliare dei cuori di pergamena per farne dono ai convertiti e ai cristiani perseguitati. Forse è questo il motivo per cui, a San Valentino, ci sono tutti questi cuori in giro?

Egli, come tutti i vescovi cristiani di quel tempo, pare indossasse un anello di ametista viola. Sulla pietra vi era inciso Cupido (dio dell’amore di origine pagana), immagine riconosciuta come legale durante il tardo impero romano. Per questo motivo l’ametista è diventata la pietra dei nati di febbraio, emblema della trasformazione spirituale all’amore, a discapito dell’egoismo. 

In Slovenia, San Valentino o Zdravko è uno dei santi della primavera, della buona salute, patrono degli apicoltori e dei pellegrini. Un proverbio cita che San Valentino porta le chiavi delle radici, poiché piante e fiori iniziano la lenta ricrescita dopo l’inverno proprio in questo giorno. Il 14 febbraio è stato associato all'amore romantico dalla cerchia di Geoffrey Chaucer (1343-1400) scrittore, poeta e diplomatico, riconosciuto come uno dei padri della letteratura inglese, attivo nel periodo in cui fiorì la tradizione dell'amor cortese. Nel XVIII secolo, in Inghilterra, la data divenne ben presto l’occasione in cui gli amanti esprimevano il loro amore con fiori, dolciumi e cartoline di auguri

È molto probabile che le origini di questa festa dedicata all’amore del mese di febbraio affondi le sue radici nell'antica festa dei Lupercalia, dell'antica Roma ma questa è un’altra storia e ve la racconterò un altro giorno…




lunedì 26 gennaio 2015

Buon appetito, gladiatori!



I gladiatori: prigionieri di guerra, criminali, schiavi. Ma anche romani liberi caduti in rovina o che avevano conti in sospeso con la giustizia, tanto da essere disposti a rischiare la morte pur di guadagnare qualche sesterzio, diventare eroi della capitale del mondo o, per meriti particolari, riacquistare la libertà.

Il loro armamento, che in età repubblicana era legato all’arbitrio individuale, fu regolamentato durante il principato di Augusto, insieme alla definizione di precise classi gladiatorie. Nacquero così i mirmilloni, i reziari, i traci, i secutor, per citarne alcuni, tutti raccolti in familiae guidate con disciplina dal lanista, imprenditore che faceva commercio di gladiatori e li affittava all’organizzatore degli spettacoli gladiatorii, i munera. La più famosa e grande scuola imperiale di gladiatori a Roma era il ludus magnus, situata vicino all’anfiteatro Flavio.  

Essi avevano pochi diritti e dovevano pronunciare un sinistro giuramento (sacramentum gladiatorium), rinunciando al loro status di cittadini: uri, vinciri, verberari, ferroque necari, ovvero: “sopporterò di essere bruciato, legato, picchiato e ucciso con la spada”. La loro aspettativa di vita dunque era minima e la morte, di sicuro, cruenta e sanguinosa. Pare che tra l’altro non traessero nemmeno grandi soddisfazioni dal cibo, la loro dieta era prevalentemente a base di vegetali.

Anche per questi antichi lottatori dunque il cibo era salute e sinonimo di forma fisica. Sapete vero che Alessandro Magno era stato ispirato per le sue conquiste non solo dalla sete di potere, ma anche dalla speranza di trovare una sorgente per invertire il processo di invecchiamento? E che Juan Ponce de Leon era invece sulle tracce della fontana della giovinezza, quando scoprì la Florida nel 1513?  Una leggenda tramanda che la polvere da sparo, inventata dai cinesi, sia stata l'inaspettato risultato della ricerca per un elisir di lunga vita. Oggi sappiamo che per invecchiare in salute ci vogliono geni di “buona qualità”, che determinano per circa per un terzo la durata dell'esistenza di una persona, ma sappiamo anche che il resto dipende da una combinazione di fattori ambientali e stili di vita, che comprendono interazioni sociali, attività fisica e cibo. I romani lo sapevano già, quindi torniamo ai nostri amici gladiatori.

Plinio il Vecchio tramanda che erano soprannominati hordearii, cioè uomini d'orzo, il medico Galeno (II secolo), che li curò per anni, invece ci ha lasciato testimonianza di ciò di cui si nutrivano: legumi, cereali, cipolle, aglio, semi di finocchio, frutta fresca e secca. La carne era rarissima ma abbondanti i latticini, olio, miele e il solito vino annacquato. Cibi sostanziosi, ma anche economici. Pare che, come Braccio di Ferro per gli spinaci, anche i gladiatori utilizzassero prima degli scontri un alimento speciale per acquistare forza: erano focacce d'orzo speziate, condite con miele e un infuso a base di fieno greco, dalle proprietà energizzanti.

In genere cereali e legumi venivano somministrati come creme passate, a cui veniva aggiunto orzo decorticato. Analisi chimiche delle ossa di una settantina di gladiatori scoperte presso Efeso, capitale romana dell’Asia Minore e sede del favoloso tempio di Artemide, hanno confermato la tradizione storica. Le ossa rinvenute appartenevano a diversi gladiatori di età compresa tra i venti e i trent'anni, assieme a una donna (forse una schiava o una gladiatrice) e un uomo di mezza età che, in base alle condizioni dello scheletro, si è ipotizzato fosse un ex-gladiatore diventato allenatore. Karl Grossschmidt, antropologo forense all’Università di Vienna, ha concluso, grazie alle ricerche su questo ritrovamento, che i gladiatori prima di un incontro mettevano su peso, piuttosto che perderlo, per proteggersi dalle ferite con lo strato di grasso che suppliva l’assenza di armatura.

Le analisi di Grosschmidt non hanno riscontrato carenze croniche di calcio, forse grazie anche alla misteriosa bevanda, citata nella letteratura romana di quel tempo: un preparato a base di ceneri di legna, ossa e aceto, usato come tonificante dopo gli allenamenti o al termine dei combattimenti.

Le analisi mediche mostrano inoltre che i gladiatori, nonostante un po’ di “pancetta”, non erano affatto pigri pantofolai: la densità delle ossa trovate nel sito di Efeso è simile a quella degli odierni atleti professionisti e le tracce di muscoli ingrossati sulle ossa delle braccia e delle gambe indicano che partecipavano a programmi di esercizio ginnico intensi e continui. Insomma, mangiatori di fagioli palestrati che trangugiavano un Gatorade molto particolare. 

A Roma, negli anfiteatri, incitati da folle oceaniche potevano esibirsi in un giorno decine di gladiatori in combattimenti in coppia, a squadre o contro felini, bufali, orsi, elefanti, rinoceronti e chi più ne ha più ne metta. La sera prima del combattimento veniva loro offerto un lauto banchetto chiamato coena libera, nello stesso spirito con cui oggi viene concesso l'ultimo desiderio ai condannati a morte. Alcuni mosaici rappresentano i morituri mentre mangiano, bevono e fanno baldoria, concedendosi per una volta leccornie come cinghiale arrosto, pesce e cacciagione.

Per concludere, mi piace pensare che anche agli innumerevoli carnivori in gabbia, in attesa di essere sbudellati, venisse offerto l’ultimo, lauta cena: un pasciuto e grassoccio gladiatore…




lunedì 12 gennaio 2015

Carciofo, ortaggio storico



Michelangelo Merisi, ancor più noto come il Caravaggio (1571- 1610) gode di una fama universale dovuta ai colori, al suo temperamento e ai celebri dipinti che interpretano lo stato umano, fisico, emotivo dei suoi personaggi con grande forza e suggestione.

Caravaggio usò la luce e i colori con uno spirito drammatico mai eguagliato da altri e il suo modo di dipingere influenzò fortemente la pittura barocca. Fino a noi sono giunti sessanta dei suoi dipinti e si narra che, per far posto alle sue tele più grandi, fece un buco nel soffitto di casa sua. Quando l’affittuaria ebbe da ridire, egli scagliò pietre contro la sua finestra ma le lanciò anche contro la polizia, fu accusato di aver sobillato risse e brandì spade e pistole per le strade di Roma, senza averne il permesso. Fu processato per aver picchiato un uomo con un bastone e imprigionato per aver aggredito un suo collega. Un animo irrequieto che, il 28 maggio 1606 durante una rissa, uccise un uomo e fu per questo condannato a morte. Da allora visse in costante fuga per sfuggire alla pena capitale.

Altrettanto famoso fu l'episodio in cui attaccò un cameriere, a causa di un piatto di carciofi. L'uomo, tal Pietro Antonio de Fosaccia, servì il Caravaggio e alcuni suoi amici durante un pranzo e così descrisse l'accaduto alla polizia il 26 aprile 1604: «Ho portato loro otto carciofi, quattro ripassati nel burro e quattro fritti. Quando l'imputato mi chiese di indicargli quali erano quelli al burro e quali quelli cotti nell'olio, io gli consigliai di annusarli. Lui si arrabbiò e, senza dire nulla, afferrò il tegame di terracotta e mi colpì sulla guancia, ferendomi lievemente... "

Ma cosa scatenò la rabbia di Caravaggio? Forse i carciofi? Carciofi e cardi appartengono alla famiglia delle Asteraceae e sono sulle nostre tavole dai tempi della civiltà greco-romana. Secondo il mito greco, il carciofo è nato grazie a Zeus che, in visita a suo fratello Poseidone, avvistò sulla spiaggia una splendida ninfa di nome Cynara, chiamata così a causa dei suoi capelli color cenere. La bella ninfa aveva occhi verdi e viola, era alta e snella e, tanto per cambiare Zeus se ne innamorò. Dopo averla sedotta, la trasformò in una dea e la portò con sé sul Monte Olimpo. Cynara però si sentiva sola, le mancava la madre, così un giorno fuggì e tornò sulla Terra a visitare la famiglia. Il sotterfugio fece infuriare Zeus che, in un impeto di rabbia degna del Caravaggio, la trasformò in una pianta verde e spinosa, proprio come il suo carattere.



Il nome scientifico di carciofo, Cynara cardunculus, deriva proprio dalla storia di questa ninfa sfortunata. L’ortaggio possiede un fiore violetto come gli occhi della bella ninfa e un cuore tenero, come sa esserlo solo quello di una fanciulla. Il legame con la mitologia è strettissimo perché la pianta è originaria del bacino del Mediterraneo orientale: isole Egee, Cipro, l'Africa settentrionale e l'Etiopia dove tuttora si trovano varie qualità di carciofi che crescono spontaneamente.



Plinio il Vecchio menziona due tipi di Asteraceae commestibili conosciute nel I secolo dai romani: una che "produce numerosi steli subito dopo aver lasciato la terra", che potrebbe essere un tipo di cardo; un'altra che produce "fiori spessi e viola, aventi un unico stelo", forse un progenitore del moderno carciofo. Quest'ultima pianta, secondo Plinio, aveva numerosi effetti medicinali: curava la calvizie, rafforzava lo stomaco, rinfrescava l'alito e, così pare, poteva favorire il concepimento di figli maschi. Anche se Plinio non ne parla in modo esplicito, era anche considerata afrodisiaca. I romani marinavano i carciofi con miele e aceto e li condivano con il cumino.



Dopo la caduta dell'Impero Romano il carciofo fu dimenticato, assieme ai libri, alla civiltà e alle Terme, anche se pare sia stato adottato dagli arabi, che lo esportarono in Spagna. Nei secoli si tornerà a parlare dei carciofi alla corte di Caterina de' Medici, che li fece assaggiare ai fiorentini e poi ai francesi nel XVI secolo, quando all'età di quattordici anni sposò il futuro Enrico II. Sembra ne fosse ghiotta e, data la loro reputazione di alimento eccitante, scandalizzava i più puritani della corte. Dalla Francia i carciofi si diffusero in Olanda, in Inghilterra dove divennero cibo assai gradito di Enrico VIII. 

John Evelyn, nel suo Acetaria: A Discourse of Sallets, del 1699, elenca diversi modi di cucinare lo spinoso ortaggio: “…le teste devono essere divise in quarti, prima di essere consumate crude, con olio, aceto, sale e pepe" e aggiunge quasi fosse un grande chef: "È bene accompagnarle con un bicchiere di vino. Quando ancora sono piccoli e teneri, sono buoni anche fritti nel burro e conditi con il prezzemolo; i fondi possono essere usati per preparare torte e che in Italia i carciofi alla griglia vengono conditi con olio d'oliva e serviti con succo d'arancia e zucchero." Strano condimento che mi piacerebbe sperimentare...



Nel Nuovo Mondo sbarcarono con le prime migrazioni dei coloni, a partire del XVIII secolo, forse furono i francesi a intrudurli per primi nella zona canadese del continente nord-americano, ma pare che già George e Martha Washington coltivassero i carciofi nella loro tenuta di Mount Vernon, e lo stesso faceva Thomas Jefferson, a Monticello. Jefferson li cita anche nel suo libro Garden Booke e di sicuro ne era goloso estimatore e, quando dovette inventare un codice da utilizzare per la sua corrispondenza privata con Meriwether Lewis durante il viaggio verso la costa del Pacifico di Lewis e Clark, scelse come parola chiave proprio "carciofi".



Allora, carciofi a tutte e a tutti!