martedì 21 ottobre 2014

Cicatrici? Sì, grazie


Capitan Harlock

Una donna fa di tutto per nasconderle. Sono segni anti-estetici, di cui si vergogna, che non piacciono a nessuno. Per gli uomini sono un’arma di seduzione, un vanto, la dimostrazione della mascolinità all’ennesima potenza. Oggi gli uomini vogliono apparire belli, perfetti e in qualche caso anche troppo (le sopracciglia depilate, brrrr!) ma non lo sanno che a noi donne le cicatrici piacciono? Che ci piacciono crudi, sbucciati e avventurieri?

Quello che vogliamo al nostro fianco è un macho, coraggioso, amante dell’avventura, un accumulo di testosterone allo stato puro. Se poi aggiungiamo anche una cicatrice sul volto e qualcuna qua e là sul corpo, ecco che il mix alza la nostra temperatura e di parecchio. Se sono d’arma da taglio, se vengono da una revolverata o da una sventagliata di mitraglietta poco importa: ciò che conta davvero è ciò che la cicatrice nasconde: un passato da eroe, una vita sull’orlo dell’abisso, una storia intricata e spesso dolorosa. Questi sono gli eroi che ci fanno sognare.

Per alcune popolazioni le cicatrici sono un’arma di seduzione, di riscatto, di distinzione o di ghettizzazione, noi occidentali non abbiamo scoperto nulla. Spesso nelle società tribali il segno sul corpo indica una prova di coraggio a cui si è sopravvissuti. I Tutsi (noi gli chiamiamo impropriamente Watussi) vanno da adolescenti nella foresta per affrontare le belve, armati solo di una lancia e sono festeggiati se tornano con qualche segno del loro coraggio sul corpo. Nella tribù degli Yanomamo in Venezuela, invece, gli uomini usano addirittura dei trucchi per accentuare le loro cicatrici. Pirati, guerrieri, soldati, cow-boys, uomini violenti ma solo nel nome della giustizia. Insomma, signori sappiatelo: noi donne oggi sentiamo nostalgia di quei cavalieri senza macchia e senza paura che picchiano, magari uccidono, ma per una buona causa o per difendere i deboli e ne rimangono segnati non solo nell’anima, ma anche nel corpo.

L'eroe del telefilm Arrow
Ma esistono anche le cicatrici ornamentali, fatte di proposito, che si conservano per sempre sulla pelle e si praticano soprattutto sul torace o sul dorso e sono in genere linee trasversali o serie parallele di punti, più raramente diventano disegni complicati e sappiatelo, le cicatrici possono essere incavate o a rilievo: le prime sono una semplice incisione della pelle e sono fatte soprattutto sulla faccia, le altre, più diffuse, vengono ottenute introducendo una sostanza nella ferita, cenere o argilla e sono comunissime in tutta l'Africa centrale, occidentale e sud-orientale, tra i popoli dell'Oceania mentre in America latina erano praticate dagli antichi Maya. Discendendo verso sud, le incontriamo sulla costa dell'Ecuador e fra gli Ona della Terra del Fuoco, mentre in Asia in alcuni gruppi etnici dell'Indonesia orientale.
Harrison Ford

Quindi cicatrici che fanno parte della cultura ancestrale e smuovono antiche corde, che in noi occidentali sembrano sopite. Ma non del tutto: ecco dunque spiegato il successo di alcuni personaggi d’invenzione come Capitan Harlock, o il fascino quasi raggelante del cantante Seal o, ancora, l’intrigante segno sul volto dell’attore Harrison Ford, una cicatrice sul mento dovuta a un incidente d’auto in giovane età. J. K. Rowling, autrice di Harry Potter, ha pensato bene a segnare con una misteriosa cicatrice a forma di saetta il suo eroe: è il vero inizio di tutto, senza di essa Harry sarebbe un qualsiasi, banale adolescente e non dimentichiamo il fascino criminale di Al Capone, a cui fu attribuito il soprannome di Scarface a causa della cicatrice che aveva sulla guancia sinistra. Fatta da un certo Frank Galluccio che, pare, lo colpì con un rasoio perché aveva espresso commenti pesanti su sua sorella.

Harry Potter
Anche sulla nostra bella, romantica luna ci sono “cicatrici”: gli astronomi, dopo aver esaminato alcune immagini pervenute dal nostro argentato satellite, hanno scoperto che alcune parti della sua superficie tormentata si sarebbero deformate, espandendosi fino a formare valli strette, poco profonde. Valli lineari come cicatrici che hanno chiamato graben e suggeriscono che la luna sia stata oggetto di attività tettonica, relativamente recente, negli ultimi cinquanta milioni di anni. Anche lei lottatrice, ne porta i segni.

A questo punto mi sorge una domanda: ma gli uomini cosa pensano delle cicatrici sul volto o sul corpo delle donne? Una ricerca fatta qualche anno fa, afferma che a loro non interessano molto: sembra sia altro ad affascinarli...

Comunque, se voi signori uomini siete in cerca di avventure sentimentali o semplicemente di quattro salti in padella (ci siamo capiti...), in attesa che qualche tizio intraprendente si inventi centri estetici dove incidere sui corpi dei propri clienti attraenti cicatrici, potreste cominciare con l'andare in palestra ed eliminare la sempiterna pancetta o le spalle curve. Un buon inizio, vi assicuro, che tra l’altro  vi farebbe bene alla salute...

Cicatrici, bellezza, unicità. Alla fine sono la parte più sensibile ma più forte di un uomo, affinché possa vivere senza timore ed essere un eroe. Ai protagonisti dei miei libri aggiungo sempre una cicatrice qua e là. Non guasta perchè, come dice Samuele Bersani nella sua canzone "Pesce d'Aprile",


... È sempre bellissima la cicatrice che mi ricorderà di esser stato felice...



martedì 30 settembre 2014

E-books e Pirateria: no, grazie...

Il problema della pirateria editoriale tocca tutte noi autrici. E' un argomento che  continuerà a scatenare opinioni e dibattiti negli anni a venire, visto che l'offerta e la fruizione degli e-book in tutto il mondo è in costante crescita, così come è accaduto con musica, cinema e serie tv da una decina d’anni a questa parte.

Nel 2013 si è assistito alla definitiva esplosione del fenomeno delle pirateria libraria on line. L'Associazione Italiana Editori (AIE) ha provveduto alla rimozione di oltre 110.000 contenuti, piratati messi a disposizione sul web violando la legge e senza l'autorizzazione degli autori o dell'editore, risultati ottenuti quasi esclusivamente attraverso sistemi stragiudiziali.

Nel mercato editoriale italiano per ora l'e-book ha conquistato solo uno scarso cinque per cento, ma le cifre sono in crescita. Vincerà la carta o l'elettronica? I più ottimisti dicono che sopravviveranno entrambi ma, per molti, il vincitore sarà l'e-book. Non per gusto, nè per amore ma perché il libro elettronico è più comodo, costa meno in produzione e quindi è più redditizio, lo posso scaricare immediatamente e occupa uno spazio infinitesimale, nella mia libreria vitruale o in quella fisica, fatta di scaffali. Chi considera la carta insostituibile per cultura, formazione o abitudine prima o poi si adeguerà, così come è avvenuto per i CD, gli smartphone, gli orologi digitali o i PC. I libri di carta, l'amatissima carta, continueranno a vendere, per tradizione o per abitudine o per quel capriccioso e invincibile bisogno di andare contro corrente.  

Ma la pirateria è un fenomeno da combattere in tutte le possibili sedi o bisogna cercare di trarne il maggior profitto possibile, visto che è un fenomeno difficilmente arginabile? La domanda se la pongono non solo i grandi editori ma anche quelli più piccoli e di certo se la fanno anche le autrici, famose o meno, che stanno sfruttando l'interessante opportunità dell'auto-pubblicazione. Proprio al Women's Fiction Festival di Matera, quest'anno, si è parlato tantissimo di autopubblicazione, soprattutto con autrici americane del calibro di Bella Andre, Tina Folsom e Debra Holland. Loro si sono soprannominate "INDIE", da Indipendent ma è certo che con l'aumento degli e-book in self-publishing il fenomeno pirateria è destinato ad ampliarsi e a diventare incontrollato.

E' ovvio che i piccoli autori ed editori sono i più danneggiati dal fenomeno, visto che spesso non hanno neppure i mezzi per tutelarsi legalmente. Sul web, dove il dibattito è acceso, vengono proposti diversi consigli per coloro che sono vittime degli attacchi dei "moderni pirati informatici": uno di questi è quello di attivare un Google Alert relativo al proprio nome e al titolo del proprio libro e, una volta individuato il sito che pubblica illegalmente il vostro e-book, richiedere ai suoi amministratori la cancellazione del link, dimostrando di avere la proprietà dei diritti di pubblicazione. 

C'è anche chi propone all'autore di interagire con il "pirata" sui siti di pirateria, lasciando educati commenti sotto al file oggetto del furto. Sì perché, nonostante tutte le argomentazioni o giustificazioni di coloro che scaricano illegalmente, la pirateria editoriale è un reato.

Qualche tempo fa uno scrittore americano, tale Peter Mountford, dopo aver attivato il Google Alert, ha scoperto un traduttore pirata del suo romanzo. Invece di denunciarlo ha scelto di collaborare con lui per una traduzione migliore del suo lavoro, avendo proprio per questo motivo anche una certa attenzione mediatica.


E voi come la pensate?

lunedì 22 settembre 2014

Le mie Recensioni


L'uomo dei sogni di Paola Renelli  Collana You feel - Rizzoli 

L'autrice: Paola Renelli vive e lavora a Roma. Laureata in lettere moderne, poi giornalista freelance con numerosi settimanali e mensili a tiratura nazionale e redattore per testate giovanili. Per quindici anni coordina la redazione del settimanale di attualità e spettacolo Vip, quindi diventa redattore del settimanale Il punto. Dal 2012 scrive racconti d’amore per note riviste femminili e nel 2013 ha pubblicato con la CE Eroscultura il suo romanzo Lo Strappo, in ebook. Nel 2014, esce con Delos con il racconto Un amore da prima pagina e per la casa editrice Rizzoli ha pubblicato nella collana You Feel L’uomo dei sogni. Così si definisce Paola: amante dell’amore. Sono tre parole e un apostrofo…

La trama: cosa accade quando un sogno riaccende desideri che credevamo di aver blindato dentro di noi per sempre? Emma, dopo la fine della sua lunga relazione con Andrea, chiude il suo cuore alle emozioni per paura di soffrire ancora. Solo la notte la sua mente, libera da pensieri e imposizioni, si abbandona a eccitanti sogni erotici in cui un uomo fantastico le fa provare sensazioni che mai avrebbe pensato di conoscere. Un uomo meravigliosamente perfetto, se solo esistesse. Ma mai mettere limiti ai miracoli che il destino può compiere. Lo sconosciuto che Emma ama solo a occhi chiusi, si rivela presto una persona vera, l’uomo che cambierà la sua vita. Per sempre. Una storia che farà sognare ogni donna, ma in cui sensualità, dolcezza e fantasia non svaniranno al sorgere del sole. "


Un sogno. Da qui inizia con uno stile coinciso, pulito e piacevole il romanzo di Paola Renelli. Del resto il titolo è chiarissimo: un uomo, un sogno, una vita alternativa a quella che ogni giorno dobbiamo affrontare fuori casa. Ma nel tepore delle coperte ci aspetta ben altro. Emma, la protagonista, ha chiuso una relazione con Andrea. Non è stato facile, ha sofferto, è una donna diversa, più cinica che ha chiuso la porta alle emozioni. Ha paura, paura di soffrire ancora, di lasciarsi andare, di abbandonarsi a un altro uomo, a un’altra storia. Silvia, la sua migliore amica la spinge a uscire dal guscio protettivo in cui si è chiusa; Luca, collega di lavoro, prova per lei un sentimento profondo ma non ricambiato.

Non vi dico cosa accadrà, lo scoprirete leggendo l'e-book. Una storia semplice, una trama quasi scontata e tipica del romance contemporaneo. Ma quello che stupisce e fa sì che la lettura sia una scoperta stimolante, è lo stile della Renelli. Pulito, incisivo, evocativo. Cominciate a leggerlo, non riuscirete a spegnere il vostro e-reader fino a quando non lo avrete finito. Perché l’autrice ci porta per mano, insieme ai personaggi, fino alla conclusione grazie al mestiere che tra le mani.


La Renelli ha scritto dosando bene sensualità, dolcezza, erotismo con una delicatezza che raramente ho trovato nelle scrittrici italiane di contemporaneo e questo mi fa dire: scrivi ancora, Paola, scrivi di più e magari più a lungo perché il romanzo è una lettura leggera, breve.


Molte recensioni non sono che riassunti della trama, allungate spesso con rigiri di parole inutili, altre vengono fatte con la “pancia” e non con la testa, senza una reale analisi di ciò che sta oltre ciò che sta scritto sulla carta e non tutti i libri scritti bene piacciono a tutti. Chissà perché. Ma è una fortuna, dico io, che in questo panorama spesso infarcito di libri di scarso valore, spicchino le capacità stilistiche di autrici che sanno scrivere. Per fortuna. Emma forse dovrebbe essere più determinata? Lui è il classico uomo che tutte vorremmo, così bello da essere quasi banale? Luca non riesce a conquistare il suo amore e ci lascia con l’amaro in bocca? Non fa niente. La Renelli è tanto abile e conosce la materia con cui scolpisce la storia che ci fa sognare ed è quello l’obiettivo di una brava autrice. Prendere il lettore per mano, calarlo in un mondo immaginario e farcelo restare, per tutto il tempo necessario, fino alla parola fine.

Tutto ciò fa parte di un gioco, quello dell’affabulazione, della storia, del mondo dei sogni. Allora godiamoci il libro della Renelli e, come l’autrice scrive, non dimentichiamo mai che l'amore è una strana alchimia che non risponde ad alcuna regola: nasce quando vuole e non tiene conto che di se stesso.

lunedì 15 settembre 2014

Battaglie, duelli e affini… difficile ma non impossibile


Le descrizioni creano il set nel quale si svolgerà la narrazione del vostro libro e sono essenziali, perché permettono al lettore di visualizzare meglio la vicenda e seguire le avventure dei vostri protagonisti. Senza descrizioni il lettore è come immerso in un palcoscenico vuoto:  ciò che descrivete può essere drammatico o  divertente ma sarà senza forza alcuna, poco stimolante, poco “visivo”. Per dare forza a un set è necessario descriverlo. Ovvio direte voi. Ma una buona descrizione è concreta, stimola i sensi, è dinamica e ha significato per la storia e quindi una descrizione non si fa a vanvera. Voi siete il regista incaricato di stimolare il cervello dei lettori con immagini che abbiano la stessa forza e la stessa concretezza dei grandi del cinema.

Ricordate la scena iniziale de “Il Gladiatore”? Un barbaro sfida l’esercito lanciando la testa di un legionario verso la legione romana schierata. Subito dopo, campo lungo e poi un primo piano sul legato (l’affascinante, indimenticabile Massimo Decimo Meridio interpretato da Russell Crowe) e, ancora, l’incitamento dello stesso alle truppe e la mitica frase “Al mio segnale, scatenate l’inferno”.


Mr. Ridley Scott ha fatto un gran lavoro, insieme agli sceneggiatori: vi fa subito entrare nella storia, vi presenta un protagonista forte e volitivo, vi fa subito capire da che parte stare (i barbari sono brutti, sporchi e cattivi, i romani no) e dopo soli cinque minuti sfido chiunque a spegnere il televisore. Così dovrebbero essere anche le descrizioni che fate nei vostri libri di battaglie, duelli e affini.

Fate questo esercizio: guardate le scene iniziali del film poi provate a descrivere la stessa successione di eventi, gli stessi personaggi, lo stesso set ma, soprattutto, provate a ricreare sulla carta lo stesso pathos. Vi accorgerete che è un’impresa quasi titanica. La descrizione di scene corali infatti, sulla carta, è molto complicata dato che noi possediamo una sola telecamera e in genere è consigliabile raccontare la battaglia da un solo punto di vista.

Qualche consiglio ve lo posso dare. Prima di tutto è essenziale avere un’ottima conoscenza di ciò che andate a descrivere/raccontare. Mi spiego: se due vostri personaggi si trovano a fare un duello, prima decidete che tipo di arma essi debbano usare, poi informatevi sulle principali mosse della scherma, non solo d’attacco ma anche di difesa (c’è sempre colui che attacca e colui che si difende ed è meglio descrivere entrambe le mosse) e infine guardatevi qualche filmato su You Tube di scuole di scherma o di duelli simulati, esistono soprattutto in lingua inglese. Dopodiché, scrivete la scena ma… c’è un ma. Dovrete simulare voi stesse le mosse che fate fare ai vostri protagonisti. Ebbene sì, armate di gladio (nel mio caso di gladio finto comprato a Roma in un botteghino di souvenir) o di spada di Zorro (rimasuglio del costume carnevalesco di vostro figlio/nipote) o di spada laser (ottima una torcia elettrica a led), provate a ripetere “dal vivo” ciò che avete descritto sulla carta. Se non ci riuscite voi, figuriamoci un lettore. Mi raccomando però, un occhio di riguardo al vostro lampadario di cristallo…

Come descrivere invece una battaglia? In genere siamo nel Medioevo (quanto ci piacciono le armature lucenti e i cavalieri senza macchia e senza paura?) ma vi devo disilludere: le battaglie come noi le immaginiamo furono rare nel Medioevo. Avete presente la campale battaglia conclusiva del film “Il Ritorno del Re” quando l'esercito di Rohan va in soccorso al regno di Gondor? Tolkien e il Signore degli Anelli, per intenderci, ebbene sappiate che il primo riflesso dei capitani del tempo era proprio quello di evitarle, o meglio di chiudersi tra le mura dei castelli. Ed ecco che l’assedio per voi diventa di primaria importanza. Giocatevi dunque l’asso di un gruppo di assediati mentre tentano una sortita per disorganizzare il blocco o porvi fine. Ricordiamoci che i cavalieri medievali, nella loro ricerca di prodezze eroiche, caldeggiano spesso questa soluzione anche se spesso è l’ultima spiaggia.

La carica frontale, tanto apprezzata dagli scrittori di tutti i tempi, così come dai cavalieri e dalle fonti storiche dell'epoca, ha come scopo principale quello di suscitare il panico nell'avversario, spingendolo così alla fuga scomposta e dovrebbe essere descritta dopo una “preparazione” con una scena di arcieri e balestrieri. I cavalieri, sempre nel Medioevo, erano di solito raggruppati su tre, cinque ranghi, poi in file o in squadre di venti e trenta riunite attorno alla bandiera o al vessillo. L'insieme di più squadre formava un battaglione.

Ora, voi scrittori e scrittrici di battaglie, avete a disposizione sulla carta un esercito che conta generalmente tre o quattro battaglioni. Fate campi lunghi come i registi (come Mr. Scott, quando ci mostra tutto l’esercito romano schierato). Mostrate dunque le squadre che caricano in ordine serrato, magari una dopo l’altra, in una successione che abbia logica e ordine. Che so, i cavalieri che abbassano insieme le proprie lance dando di sprone alle cavalcature per accelerare fino all'urto frontale. Come un buon regista mantenete la compattezza dei vostri uomini, condizione imprescindibile per il successo. Perché voi siete un generale e una manovra di questo genere esige disciplina.

Checché ne dicano le fonti medioevali o il libro che avete consultato per avere ispirazione, in realtà è raro che la prima carica sia vittoriosa. Bisogna allora che i vostri cavalieri facciano dietro-front e riformino i ranghi. Per far ciò, approfitteranno di una nuova carica, condotta con l’aiuto di contingenti tenuti di riserva e a questo punto potete fare un bel primo piano sugli arcieri. In caso di sconfitta i cavalieri rischiano di essere isolati e disarcionati dai fanti, o spinti a fuggire e abbandonare così le truppe al loro triste destino. Ma voi, da buoni generali, in caso di fallimento della prima carica dovrete ingannare il nemico, incoraggiandolo a rompere i ranghi con una fuga simulata. A questo punto potete far comparire cavalieri e fanti pronti a tendere un’imboscata ai fuggitivi (tattica utilizzata spesso, anche nella battaglia di Hastings).

Vi sarete rese conto (spero) che la descrizione di una battaglia è un susseguirsi di scene con campo lungo (un gruppo di protagonisti o di personaggi) e di primi piani, con eroe o eroina che, per forza di cose, per il momento dovranno sopravvivere a qualsiasi minaccia, di un nemico umano o meno.

Ma i cavalieri non combattevano soltanto caricando a cavallo: in molte occasioni essi si mischiavano ai fanti (battaglia di Dorylée,1098, di Bourgtheroulde, 1124, Crécy nel 1346 e Poitiers nel 1356). Questo poiché il peso delle armature, sempre maggiore, metteva i cavalieri in una posizione poco favorevole sul piano offensivo proprio nei confronti dei fanti, molto più mobili. Ricordatevi, quando “vestite” di armature i vostri protagonisti, che un elmo impediva la visuale perfetta sull’orizzonte (con la celata abbassata il cavaliere vede solo davanti a sé), la maglia di ferro (la lorica hamata dei legionari, usata per tutto il Medioevo) pesava sei chili e oltre (la più pesante rinvenuta, ben 14 kg) e manopole, schinieri, bracciali, guardareni, panziera ecc ecc, rendevano i movimenti rallentati e solo chi era molto esperto di battaglie riusciva a gestire tutto ciò mantenendo l’abilita indiscussa con spada o lancia o mazza.

Se la vostra battaglia “sulla carta” deve far risaltare la prodezza di un eroe, sappiate che nell'ambito di combattimenti di massa (campo lungo) c’è lo spazio per scontri più personali. La carica che descriverete sarà compatta e collettiva ma poi potrete fare il primo piano su un cavaliere, che sceglierà il suo avversario nelle file nemiche per abbatterlo con la sua lancia, la spada o qualsiasi altra arma bianca. Anche storicamente, la maggior parte dei combattimenti collettivi era preceduta da scontri più vicini alla singolar tenzone in cui la prodezza individuale trovava libero corso. Alle ingiurie, alle grida intimidatorie e alle varie dimostrazioni di ostilità del nemico, seguiva spesso una sfida lanciata da uno o più cavalieri.  

Un tempo l'esito di questo combattimento poteva sostituire  o fare da modello allo scontro generale. Casi di questo tipo sono numerosi per tutto il XII e XIII secolo, ancora più frequenti nel XIV, durante la guerra dei Cento anni e non era raro che, durante una tregua, i cavalieri ingannassero il tempo organizzando giostre, duelli o scontri fra i campioni dei due campi. La maggior parte di questi combattimenti fra cavalieri erano meno sanguinosi delle battaglie vere e proprie. Ciò era dovuto sia alla qualità del loro armamento difensivo, sia alla concezione ludica della guerra cavalleresca e a un codice non scritto, che voleva il vincitore risparmiare la vita il cavaliere vinto.

Per concludere: le vostre battaglie dovranno essere realistiche e dovrete impiegare un pizzico di crudeltà, un etto o due di coraggio, due chili di spade, corazze e destrieri bardati per la battaglia, una tonnellata di eroi distribuiti equamente o meno tra le parti avverse e tanta pazienza perché, come cantavano i Morcheeba, Rome wasn't built in a day.

Ora, prendete carta e penna e… scatenate l’inferno!



venerdì 5 settembre 2014

Le dimensioni contano… o no?



Care lettrici, pare che gli uomini dai testicoli più piccoli siano i padri migliori. Non lo dico io, neppure la mia vicina di casa, la guardona che spettegola sul single del terzo piano. Lo scrive la rivista Proceedings of the National Academies of Science. Eminenti studiosi hanno mostrato a settanta neo papà di Atlanta immagini dei loro bambini, misurando con una risonanza magnetica l'attività della zona del cervello cruciale per il sistema di ricompensa e motivazione. Hanno poi misurato i livelli di testosterone nel loro sangue e presentato alle coppie un questionario sul coinvolgimento dei maschi nell'accudimento dei pupi (cambio del pannolino, bagnetto, pappa ecc, ecc).
 
Di qui la scoperta eclatante: l'attivazione di quell'area cerebrale e, quindi, la propensione a occuparsi dei bambini, sarebbe inversamente proporzionale al volume dei testicoli e al tasso di testosterone. Secondo gli autori dello studio, sarebbe la stessa biologia maschile a porre un'alternativa tra le risorse destinate alla ricerca dell'accoppiamento e quelle impiegate nelle cure parentali. E non escludono che il tasso di testosterone cali naturalmente quando un uomo diventa padre.

Ma non è finita: sappiate che gli studi dedicati a misure e funzionamento degli attributi maschili, umani e non sono parecchi, alcuni dai risultati forse sorprendenti e non sempre gratificanti per il maschio medio… in Australia, per esempio, è stato fatto un test a centinaia di donne, mostrando loro immagini di corpi maschili (invisibili i volti), chiedendo loro di giudicarli. In generale, i maschi più dotati sessualmente sono stati considerati più attraenti, ma la caratteristica più gradita è risultata l'altezza.

A proposito, lo sapevate che negli uccelli, le dimensioni non contano affatto? Anzi, la maggioranza dei volatili non possiede un organo riproduttivo esterno. È uno dei più grandi misteri dell'evoluzione e sembra sia colpa di un gene, detto Bpm4, che causa la morte delle cellule dei genitali, impedendo così lo sviluppo del pene. Solo alcune specie, come le anatre e gli emù, non possiedono questa versione del gene. Quindi sono penis dotatis. E le anatre ce l’hanno particolarmente lungo e a forma di cavatappi.  Strano ma vero…
Altro monito della ricerca scientifica: fino a ora noi donne siamo state attratte da mandibole accentuate, una buona massa muscolare, un timbro di voce profondo, ovvero homo virile = più spermatozoi. Ebbene, tutto da rifare, siamo state illuse per anni. Pare infatti che il maschio che abbia investito, evolutivamente parlando, più energie nel rendersi attraente abbia carenze di altra natura. In questo caso, la conta degli spermatozoi. 

Per validare la tesi sono stati reclutati una cinquantina di studenti e trenta studentesse eterosessuali, il team di scienziati ha registrato le voci dei maschi e chiesto poi alle femmine di giudicare le voci, in base a quanto risultavano attraenti e virili. Le donne hanno mostrato di preferire quelle più profonde. Poi è stato effettuato lo spermiogramma e le analisi, udite udite, hanno dimostrato che, a parità di motilità degli spermatozoi, i soggetti dalla voce profonda tendevano ad avere meno cellule spermatiche.  

La verità ferisce, vero? Lo so, lo so pure io sono sconvolta. Sapere che una trentina di donne e una cinquantina di maschi posso sovvertire le convinzioni dell’intera popolazione mondiale femminile… ecco, sono sconcertata e mi chiedo, ma per quale motivo muscoli, voci profonde, mandibole ferree mi rimescolano ancora il sangue? Sono una diversa, ecco cosa sono. Non sono moderna, sono obsoleta.

Dunque resto in attesa ansiosa di ciò che scopriranno in futuro gli eminenti scienziati, impegnati a svelarci il sacro mistero della nostra evoluzione. So che stanno studiando il dimorfismo sessuale, ovvero le differenze nei tratti tra uomini e donne, nella struttura corporea degli alci.

Appena tornano dalla tundra sovietica, ve lo faccio sapere.


mercoledì 13 agosto 2014

Veleno, assassino silenzioso...

Efficace anche in quantità impercettibili, traditore per eccellenza, nemico invisibile, spietato, sia nel bicchiere di vino che nella mela avvelenata di Biancaneve. Sappiatelo: senza veleno i supereroi dei fumetti e i cattivi sarebbero decisamente più… pallidi. Spiderman, creato dal morso di ragno radioattivo, le Tartarughe Ninja diventate ninja cadendo nella fogna con un contenitore di materiali tossici. La bella Cleopatra che pone fine alla vita tra le spire di un aspide, Laerte che uccide Amleto con una spada intinta nel veleno,

Fu Ercole a inventare la prima arma biologica: uccise Hydra, il mitico serpente a più teste e poi immerse le frecce nel suo veleno, per assicurarsi che fossero letali. La sua eredità perdura nella parola tossico, che deriva dal greco toxicon, ovvero freccia avvelenata. Con le frecce Ercole uccise nemici, amici e vittime innocenti e alla fine, ingannato, commise l'errore fatale di indossare un mantello intriso di veleno di… Hydra! Chi la fa, l’aspetti. Ma prima di morire, passò le sue frecce a Filottete, abile arciere che uccise molti soldati durante la guerra di Troia e poi fondò un tempio, in cui lasciò le frecce come voto, dedicandolo ad Apollo, dio della medicina. Socrate, condannato a morte da una giuria ateniese nel 399 a.C., con l'accusa di corrompere i giovani della città, bevve la cicuta, pianta rimasta da allora nella memoria collettiva.

Nel 199 d.C. i romani attaccarono Hatra, attuale città irachena, i cittadini si vendicarono dell’assedio lanciando contro gli aggressori vasi di terracotta pieni di scorpioni velenosi. Annibale mise a punto una strategia simile, ma quattrocento anni prima: pentole piene di serpenti velenosi sui ponti della flotta avversaria. Quella romana, ovviamente.

Mitridate re del Ponto, acerrimo nemico di Roma, testò sui prigionieri (romani) gli antidoti per i suoi veleni poi tracannò un beverone di cinquanta ingredienti, per proteggersi dall'avvelenamento. Nerone comandò agli schiavi di distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi, questi ubbidirono ma fu una strage. I sovrani medievali testavano le vivande con calici di cristallo e pietre, che si diceva avessero il potere di individuare il veleno al loro contatto. Ma il metodo principale era l’assaggiatore, ovvero l'impiego di un poveraccio a cui il cibo da testare, prima di essere servito al sovrano, veniva posto su una credenza. Da qui deriva il termine credenza, dal latino crēdĕre che significa prestar fede.

Paracelso, fisico e alchimista svizzero-tedesco vissuto nel XVI secolo scrisse: "Nulla è di per sé veleno, tutto è di per sé veleno, è la dose che fa il veleno." Insomma, il veleno è nella dose e tossicologia e farmacologia sono indissolubili, una dualità alla Jekyll-Hyde. Ricordiamoci che il serpente attorcigliato intorno al bastone, simboleggia Asclepio, dio greco della medicina.

L'arsenico, il re dei veleni, si lega alle proteine e crea nel nostro corpo il caos molecolare. Piccole quantità assunte per un lungo periodo portano debolezza, confusione mentale e paralisi. Se ne prendete meno di tre grammi in una volta però, avrete tutti i sintomi classici: nausea, vomito, diarrea, pressione bassa e… morte. Incolore, insapore, inodore, fu il veleno preferito dai Borgia e da Giulia Tofana, imprenditrice romana del XVII secolo che gestiva una scuola per insegnare alle giovani mantenute come fare fuori i propri mariti e diventare vedove benestanti. Bella idea, vero? Era detto dai francesi anche poudre de succession, polvere di successione, nel senso che fu il lasciapassare di molti per arrivare diritti al trono senza passare dal via, come al Monopoli.

Ippocrate, medico del V secolo, lo utilizzò per curare l'ulcera, qualche millennio dopo divenne un ingrediente della Soluzione di Fowler, intruglio creato nel 1786 e prescritto per oltre centocinquant’anni per trattare numerosi disturbi e malattie. Nel 1910, un composto di arsenico divenne il primo rimedio efficace per la sifilide, poi sostituito dalla penicillina. Oggi molti derivati dell'arsenico sono usati per trattare la malattia del sonno africana, quella della mosca con un nome simpatico: tse-tse. Nel 1890 William Osier, fondatore della moderna istruzione medica, definì l'arsenico il miglior farmaco per curare la leucemia e oggi questa sostanza continua ad essere un efficace agente chemioterapeutico per le forme acute della malattia.

Siamo circondati da veleni, perché l'eccesso rende qualsiasi sostanza pericolosa: la troppa vitamina A causa danni al fegato; troppa D danneggia i reni e se bevete troppa acqua, potreste soffrire di iponatriemia, una eccessiva diluizione del contenuto di sale nel sangue, che distrugge il cervello e la funzione muscolare. Alla faccia del moderno consiglio «Bevete tanto che fa bene!». Anche l'ossigeno è “la tossina ultima”: si combina col cibo per produrre energia ma nel nostro corpo produce radicali dell'ossigeno, ovvero atomi con un elettrone di troppo che danneggiano biomolecole, DNA, proteine e lipidi. In pratica, il nostro corpo si ossida e noi… arrugginiamo. Occhio poi al mondo là fuori, è una giungla: 1.200 specie di organismi marini velenosi tra cui 700 pesci, qualcosa come 400 serpenti, 60 schifosissime zecche, 75 scorpioni, 200 ragni, 750 veleni distribuiti equamente in più di 1.000 specie di piante e svariati uccelli dalle piume tossiche se toccate o ingerite.

Parlando di veleni, ecco il curioso caso di Napoleone Bonaparte morto il 5 maggio 1821 a Sant'Elena, in esilio sull’isola atlantica dopo la sconfitta a Waterloo. L'autopsia eseguita il mattino seguente diede come risultato la perforazione dello stomaco causata da un'ulcera, forse cancerosa. Ma Ben Weider, fondatore della Società Internazionale Napoleonica, ha idee diverse. A suo parere, venne avvelenato per motivi politici dagli inglesi e dai monarchici francesi, che lo volevano fuori dai piedi una volta per tutte. Su cosa fonda la sua ipotesi Weider? L'analisi dei capelli fatta da Pascal Kintz, dell'Istituto di medicina legale di Strasburgo. Kintz ha sottoposto campioni di capelli di Napoleone alla spettrometria, che ha confermato la presenza di arsenico. David Jones, immunologo presso l'Università di Newcastle in Inghilterra invece dà la colpa alla carta da parati della residenza di Longwood House, dove Napoleone passò gli ultimi anni. Era colorata con il verde di Scheele, un composto dell'arsenico altrimenti detto arsenito di rame. Una volta attaccato dalla muffa, portata dal clima umido di Sant'Elena, l'arsenico si sarebbe diffuso nell'aria.

Napoleone ora riposa in pace, ma c’è una tossina che fa dormire sonni agitati a molta gente perchè, con un solo grammo, può uccidere circa venti milioni di persone. E’ quella botulinica, prodotta dal quel simpaticone del Clostridium botulinum, un batterio. Produce una proteina che inibisce il rilascio di acetilcolina, un trasmettitore che comanda ai muscoli di contrarsi. Ne hanno fatto un farmaco, il  Botox, che contiene il veleno in forma estremamente diluita (ci mancherebbe!). Si è rivelato efficace nella distensione delle rughe, nella cura dell'emicrania, nella correzione dello strabismo e nelle contrazioni spastiche della sclerosi multipla.

La segale infettata da ergot, un fungo tossico, ha causato epidemie devastanti nel corso della storia. Tremori e allucinazioni sono alcuni sintomi e forse l'isterismo delle persone accusate di stregoneria nel XVII secolo potrebbe essere stato, in realtà, avvelenamento dalla cosiddetta segale cornuta. E che ne dite del fugu (Takifugu rubripes), pesce dalle labbra spesse e dallo sguardo simile al peggior gangster di Chicago? Noto anche come pesce palla, in Giappone è una prelibatezza ma mangiandone alcune parti si ingerisce tetrodotossina, potente neurotossina che congestiona il flusso di ioni di sodio nelle cellule nervose, paralizzando gli impulsi nervosi. Occhio, correte il rischio di fare la stessa fine del famoso attore di kabuki Mitsugoro
Bando che nel 1975, si abbandonò a una lunga cena a base di fegato di fugu. Gli piaceva sentire il formicolio che gli provocava sulle labbra e sulla lingua, ma al formicolio seguirono la totale paralisi degli arti, problemi respiratori e dopo otto ore, era defunto. Peccato per il formicolio perché al fugu, non esiste alcun antidoto. Pensate che gli chef che lo preparano devono seguire corsi durissimi e, per poter preparare un sashimi di fugu da cinquecento dollari a porzione, impiegano venti minuti a sezionare il pesce, separare i pezzi commestibili da quelli velenosi, contrassegnare i primi con etichette nere e quelli tossici con etichette rosse. Agli ultimi esami, in Giappone, hanno partecipato novecento aspiranti cuochi, ma solo il 63% lo ha superato.

Torniamo ai nostri lidi. Nell'Italia rinascimentale, il veleno era la soluzione a questioni politiche delicate, era considerato arte alla stregua della pittura, dell'architettura o della scultura. L'aggiunta di un tocco di arsenico, cicuta o elleboro al vino era cosa discreta. Alessandro VI Borgia sceglieva uomini benestanti, li nominava vescovi o cardinali poi li invitava a cena. Il vino della casa, asciutto con sentori di arsenico, congedava subito gli ospiti le cui ricchezze, secondo il diritto ecclesiastico, passavano nelle mani dei padroni di casa. Tutti dicevano «Stasera vado a cena dai Borgia», nessuno poteva dire «Ieri sera sono stato a cena dai Borgia.» Attente, la forma verbale cambia tutto…

Ma la capitale italiana della cospirazione era la Serenissima Repubblica di Venezia e, gli architetti del male, erano i membri del Consiglio dei Dieci, tribunale creato per scongiurare complotti e crimini contro lo stato. Il Consiglio contattava un assassino, di solito proveniente da un'altra città che, portato a termine il misfatto, veniva ricompensato con un intermediario. Le procedure cappa e… spada avvelenata venivano registrate ufficialmente nel volume Secreto Secretissima e oggi il libro mastro si trova negli archivi di stato di Venezia.

E la vedova? Quella nera, intendo. Ragno dal veleno potente, il suo morso causa forti dolori e spasmi muscolari, fino alla paralisi e degrada i tessuti producendo una ferita simile a una cancrena. Sua cugina, l’affascinante tarantola, con le sue tossine, provoca alta pressione sanguigna, aritmia cardiaca o epilessia. Aracnide è femmina, e ricordiamolo sempre: il veleno è mezzo femminile di morte per eccellenza...