lunedì 22 settembre 2014

Le mie Recensioni


L'uomo dei sogni di Paola Renelli  Collana You feel - Rizzoli 

L'autrice: Paola Renelli vive e lavora a Roma. Laureata in lettere moderne, poi giornalista freelance con numerosi settimanali e mensili a tiratura nazionale e redattore per testate giovanili. Per quindici anni coordina la redazione del settimanale di attualità e spettacolo Vip, quindi diventa redattore del settimanale Il punto. Dal 2012 scrive racconti d’amore per note riviste femminili e nel 2013 ha pubblicato con la CE Eroscultura il suo romanzo Lo Strappo, in ebook. Nel 2014, esce con Delos con il racconto Un amore da prima pagina e per la casa editrice Rizzoli ha pubblicato nella collana You Feel L’uomo dei sogni. Così si definisce Paola: amante dell’amore. Sono tre parole e un apostrofo…

La trama: cosa accade quando un sogno riaccende desideri che credevamo di aver blindato dentro di noi per sempre? Emma, dopo la fine della sua lunga relazione con Andrea, chiude il suo cuore alle emozioni per paura di soffrire ancora. Solo la notte la sua mente, libera da pensieri e imposizioni, si abbandona a eccitanti sogni erotici in cui un uomo fantastico le fa provare sensazioni che mai avrebbe pensato di conoscere. Un uomo meravigliosamente perfetto, se solo esistesse. Ma mai mettere limiti ai miracoli che il destino può compiere. Lo sconosciuto che Emma ama solo a occhi chiusi, si rivela presto una persona vera, l’uomo che cambierà la sua vita. Per sempre. Una storia che farà sognare ogni donna, ma in cui sensualità, dolcezza e fantasia non svaniranno al sorgere del sole. "


Un sogno. Da qui inizia con uno stile coinciso, pulito e piacevole il romanzo di Paola Renelli. Del resto il titolo è chiarissimo: un uomo, un sogno, una vita alternativa a quella che ogni giorno dobbiamo affrontare fuori casa. Ma nel tepore delle coperte ci aspetta ben altro. Emma, la protagonista, ha chiuso una relazione con Andrea. Non è stato facile, ha sofferto, è una donna diversa, più cinica che ha chiuso la porta alle emozioni. Ha paura, paura di soffrire ancora, di lasciarsi andare, di abbandonarsi a un altro uomo, a un’altra storia. Silvia, la sua migliore amica la spinge a uscire dal guscio protettivo in cui si è chiusa; Luca, collega di lavoro, prova per lei un sentimento profondo ma non ricambiato.

Non vi dico cosa accadrà, lo scoprirete leggendo l'e-book. Una storia semplice, una trama quasi scontata e tipica del romance contemporaneo. Ma quello che stupisce e fa sì che la lettura sia una scoperta stimolante, è lo stile della Renelli. Pulito, incisivo, evocativo. Cominciate a leggerlo, non riuscirete a spegnere il vostro e-reader fino a quando non lo avrete finito. Perché l’autrice ci porta per mano, insieme ai personaggi, fino alla conclusione grazie al mestiere che tra le mani.


La Renelli ha scritto dosando bene sensualità, dolcezza, erotismo con una delicatezza che raramente ho trovato nelle scrittrici italiane di contemporaneo e questo mi fa dire: scrivi ancora, Paola, scrivi di più e magari più a lungo perché il romanzo è una lettura leggera, breve.


Molte recensioni non sono che riassunti della trama, allungate spesso con rigiri di parole inutili, altre vengono fatte con la “pancia” e non con la testa, senza una reale analisi di ciò che sta oltre ciò che sta scritto sulla carta e non tutti i libri scritti bene piacciono a tutti. Chissà perché. Ma è una fortuna, dico io, che in questo panorama spesso infarcito di libri di scarso valore, spicchino le capacità stilistiche di autrici che sanno scrivere. Per fortuna. Emma forse dovrebbe essere più determinata? Lui è il classico uomo che tutte vorremmo, così bello da essere quasi banale? Luca non riesce a conquistare il suo amore e ci lascia con l’amaro in bocca? Non fa niente. La Renelli è tanto abile e conosce la materia con cui scolpisce la storia che ci fa sognare ed è quello l’obiettivo di una brava autrice. Prendere il lettore per mano, calarlo in un mondo immaginario e farcelo restare, per tutto il tempo necessario, fino alla parola fine.

Tutto ciò fa parte di un gioco, quello dell’affabulazione, della storia, del mondo dei sogni. Allora godiamoci il libro della Renelli e, come l’autrice scrive, non dimentichiamo mai che l'amore è una strana alchimia che non risponde ad alcuna regola: nasce quando vuole e non tiene conto che di se stesso.

lunedì 15 settembre 2014

Battaglie, duelli e affini… difficile ma non impossibile


Le descrizioni creano il set nel quale si svolgerà la narrazione del vostro libro e sono essenziali, perché permettono al lettore di visualizzare meglio la vicenda e seguire le avventure dei vostri protagonisti. Senza descrizioni il lettore è come immerso in un palcoscenico vuoto:  ciò che descrivete può essere drammatico o  divertente ma sarà senza forza alcuna, poco stimolante, poco “visivo”. Per dare forza a un set è necessario descriverlo. Ovvio direte voi. Ma una buona descrizione è concreta, stimola i sensi, è dinamica e ha significato per la storia e quindi una descrizione non si fa a vanvera. Voi siete il regista incaricato di stimolare il cervello dei lettori con immagini che abbiano la stessa forza e la stessa concretezza dei grandi del cinema.

Ricordate la scena iniziale de “Il Gladiatore”? Un barbaro sfida l’esercito lanciando la testa di un legionario verso la legione romana schierata. Subito dopo, campo lungo e poi un primo piano sul legato (l’affascinante, indimenticabile Massimo Decimo Meridio interpretato da Russell Crowe) e, ancora, l’incitamento dello stesso alle truppe e la mitica frase “Al mio segnale, scatenate l’inferno”.


Mr. Ridley Scott ha fatto un gran lavoro, insieme agli sceneggiatori: vi fa subito entrare nella storia, vi presenta un protagonista forte e volitivo, vi fa subito capire da che parte stare (i barbari sono brutti, sporchi e cattivi, i romani no) e dopo soli cinque minuti sfido chiunque a spegnere il televisore. Così dovrebbero essere anche le descrizioni che fate nei vostri libri di battaglie, duelli e affini.

Fate questo esercizio: guardate le scene iniziali del film poi provate a descrivere la stessa successione di eventi, gli stessi personaggi, lo stesso set ma, soprattutto, provate a ricreare sulla carta lo stesso pathos. Vi accorgerete che è un’impresa quasi titanica. La descrizione di scene corali infatti, sulla carta, è molto complicata dato che noi possediamo una sola telecamera e in genere è consigliabile raccontare la battaglia da un solo punto di vista.

Qualche consiglio ve lo posso dare. Prima di tutto è essenziale avere un’ottima conoscenza di ciò che andate a descrivere/raccontare. Mi spiego: se due vostri personaggi si trovano a fare un duello, prima decidete che tipo di arma essi debbano usare, poi informatevi sulle principali mosse della scherma, non solo d’attacco ma anche di difesa (c’è sempre colui che attacca e colui che si difende ed è meglio descrivere entrambe le mosse) e infine guardatevi qualche filmato su You Tube di scuole di scherma o di duelli simulati, esistono soprattutto in lingua inglese. Dopodiché, scrivete la scena ma… c’è un ma. Dovrete simulare voi stesse le mosse che fate fare ai vostri protagonisti. Ebbene sì, armate di gladio (nel mio caso di gladio finto comprato a Roma in un botteghino di souvenir) o di spada di Zorro (rimasuglio del costume carnevalesco di vostro figlio/nipote) o di spada laser (ottima una torcia elettrica a led), provate a ripetere “dal vivo” ciò che avete descritto sulla carta. Se non ci riuscite voi, figuriamoci un lettore. Mi raccomando però, un occhio di riguardo al vostro lampadario di cristallo…

Come descrivere invece una battaglia? In genere siamo nel Medioevo (quanto ci piacciono le armature lucenti e i cavalieri senza macchia e senza paura?) ma vi devo disilludere: le battaglie come noi le immaginiamo furono rare nel Medioevo. Avete presente la campale battaglia conclusiva del film “Il Ritorno del Re” quando l'esercito di Rohan va in soccorso al regno di Gondor? Tolkien e il Signore degli Anelli, per intenderci, ebbene sappiate che il primo riflesso dei capitani del tempo era proprio quello di evitarle, o meglio di chiudersi tra le mura dei castelli. Ed ecco che l’assedio per voi diventa di primaria importanza. Giocatevi dunque l’asso di un gruppo di assediati mentre tentano una sortita per disorganizzare il blocco o porvi fine. Ricordiamoci che i cavalieri medievali, nella loro ricerca di prodezze eroiche, caldeggiano spesso questa soluzione anche se spesso è l’ultima spiaggia.

La carica frontale, tanto apprezzata dagli scrittori di tutti i tempi, così come dai cavalieri e dalle fonti storiche dell'epoca, ha come scopo principale quello di suscitare il panico nell'avversario, spingendolo così alla fuga scomposta e dovrebbe essere descritta dopo una “preparazione” con una scena di arcieri e balestrieri. I cavalieri, sempre nel Medioevo, erano di solito raggruppati su tre, cinque ranghi, poi in file o in squadre di venti e trenta riunite attorno alla bandiera o al vessillo. L'insieme di più squadre formava un battaglione.

Ora, voi scrittori e scrittrici di battaglie, avete a disposizione sulla carta un esercito che conta generalmente tre o quattro battaglioni. Fate campi lunghi come i registi (come Mr. Scott, quando ci mostra tutto l’esercito romano schierato). Mostrate dunque le squadre che caricano in ordine serrato, magari una dopo l’altra, in una successione che abbia logica e ordine. Che so, i cavalieri che abbassano insieme le proprie lance dando di sprone alle cavalcature per accelerare fino all'urto frontale. Come un buon regista mantenete la compattezza dei vostri uomini, condizione imprescindibile per il successo. Perché voi siete un generale e una manovra di questo genere esige disciplina.

Checché ne dicano le fonti medioevali o il libro che avete consultato per avere ispirazione, in realtà è raro che la prima carica sia vittoriosa. Bisogna allora che i vostri cavalieri facciano dietro-front e riformino i ranghi. Per far ciò, approfitteranno di una nuova carica, condotta con l’aiuto di contingenti tenuti di riserva e a questo punto potete fare un bel primo piano sugli arcieri. In caso di sconfitta i cavalieri rischiano di essere isolati e disarcionati dai fanti, o spinti a fuggire e abbandonare così le truppe al loro triste destino. Ma voi, da buoni generali, in caso di fallimento della prima carica dovrete ingannare il nemico, incoraggiandolo a rompere i ranghi con una fuga simulata. A questo punto potete far comparire cavalieri e fanti pronti a tendere un’imboscata ai fuggitivi (tattica utilizzata spesso, anche nella battaglia di Hastings).

Vi sarete rese conto (spero) che la descrizione di una battaglia è un susseguirsi di scene con campo lungo (un gruppo di protagonisti o di personaggi) e di primi piani, con eroe o eroina che, per forza di cose, per il momento dovranno sopravvivere a qualsiasi minaccia, di un nemico umano o meno.

Ma i cavalieri non combattevano soltanto caricando a cavallo: in molte occasioni essi si mischiavano ai fanti (battaglia di Dorylée,1098, di Bourgtheroulde, 1124, Crécy nel 1346 e Poitiers nel 1356). Questo poiché il peso delle armature, sempre maggiore, metteva i cavalieri in una posizione poco favorevole sul piano offensivo proprio nei confronti dei fanti, molto più mobili. Ricordatevi, quando “vestite” di armature i vostri protagonisti, che un elmo impediva la visuale perfetta sull’orizzonte (con la celata abbassata il cavaliere vede solo davanti a sé), la maglia di ferro (la lorica hamata dei legionari, usata per tutto il Medioevo) pesava sei chili e oltre (la più pesante rinvenuta, ben 14 kg) e manopole, schinieri, bracciali, guardareni, panziera ecc ecc, rendevano i movimenti rallentati e solo chi era molto esperto di battaglie riusciva a gestire tutto ciò mantenendo l’abilita indiscussa con spada o lancia o mazza.

Se la vostra battaglia “sulla carta” deve far risaltare la prodezza di un eroe, sappiate che nell'ambito di combattimenti di massa (campo lungo) c’è lo spazio per scontri più personali. La carica che descriverete sarà compatta e collettiva ma poi potrete fare il primo piano su un cavaliere, che sceglierà il suo avversario nelle file nemiche per abbatterlo con la sua lancia, la spada o qualsiasi altra arma bianca. Anche storicamente, la maggior parte dei combattimenti collettivi era preceduta da scontri più vicini alla singolar tenzone in cui la prodezza individuale trovava libero corso. Alle ingiurie, alle grida intimidatorie e alle varie dimostrazioni di ostilità del nemico, seguiva spesso una sfida lanciata da uno o più cavalieri.  

Un tempo l'esito di questo combattimento poteva sostituire  o fare da modello allo scontro generale. Casi di questo tipo sono numerosi per tutto il XII e XIII secolo, ancora più frequenti nel XIV, durante la guerra dei Cento anni e non era raro che, durante una tregua, i cavalieri ingannassero il tempo organizzando giostre, duelli o scontri fra i campioni dei due campi. La maggior parte di questi combattimenti fra cavalieri erano meno sanguinosi delle battaglie vere e proprie. Ciò era dovuto sia alla qualità del loro armamento difensivo, sia alla concezione ludica della guerra cavalleresca e a un codice non scritto, che voleva il vincitore risparmiare la vita il cavaliere vinto.

Per concludere: le vostre battaglie dovranno essere realistiche e dovrete impiegare un pizzico di crudeltà, un etto o due di coraggio, due chili di spade, corazze e destrieri bardati per la battaglia, una tonnellata di eroi distribuiti equamente o meno tra le parti avverse e tanta pazienza perché, come cantavano i Morcheeba, Rome wasn't built in a day.

Ora, prendete carta e penna e… scatenate l’inferno!



venerdì 5 settembre 2014

Le dimensioni contano… o no?



Care lettrici, pare che gli uomini dai testicoli più piccoli siano i padri migliori. Non lo dico io, neppure la mia vicina di casa, la guardona che spettegola sul single del terzo piano. Lo scrive la rivista Proceedings of the National Academies of Science. Eminenti studiosi hanno mostrato a settanta neo papà di Atlanta immagini dei loro bambini, misurando con una risonanza magnetica l'attività della zona del cervello cruciale per il sistema di ricompensa e motivazione. Hanno poi misurato i livelli di testosterone nel loro sangue e presentato alle coppie un questionario sul coinvolgimento dei maschi nell'accudimento dei pupi (cambio del pannolino, bagnetto, pappa ecc, ecc).
 
Di qui la scoperta eclatante: l'attivazione di quell'area cerebrale e, quindi, la propensione a occuparsi dei bambini, sarebbe inversamente proporzionale al volume dei testicoli e al tasso di testosterone. Secondo gli autori dello studio, sarebbe la stessa biologia maschile a porre un'alternativa tra le risorse destinate alla ricerca dell'accoppiamento e quelle impiegate nelle cure parentali. E non escludono che il tasso di testosterone cali naturalmente quando un uomo diventa padre.

Ma non è finita: sappiate che gli studi dedicati a misure e funzionamento degli attributi maschili, umani e non sono parecchi, alcuni dai risultati forse sorprendenti e non sempre gratificanti per il maschio medio… in Australia, per esempio, è stato fatto un test a centinaia di donne, mostrando loro immagini di corpi maschili (invisibili i volti), chiedendo loro di giudicarli. In generale, i maschi più dotati sessualmente sono stati considerati più attraenti, ma la caratteristica più gradita è risultata l'altezza.

A proposito, lo sapevate che negli uccelli, le dimensioni non contano affatto? Anzi, la maggioranza dei volatili non possiede un organo riproduttivo esterno. È uno dei più grandi misteri dell'evoluzione e sembra sia colpa di un gene, detto Bpm4, che causa la morte delle cellule dei genitali, impedendo così lo sviluppo del pene. Solo alcune specie, come le anatre e gli emù, non possiedono questa versione del gene. Quindi sono penis dotatis. E le anatre ce l’hanno particolarmente lungo e a forma di cavatappi.  Strano ma vero…
Altro monito della ricerca scientifica: fino a ora noi donne siamo state attratte da mandibole accentuate, una buona massa muscolare, un timbro di voce profondo, ovvero homo virile = più spermatozoi. Ebbene, tutto da rifare, siamo state illuse per anni. Pare infatti che il maschio che abbia investito, evolutivamente parlando, più energie nel rendersi attraente abbia carenze di altra natura. In questo caso, la conta degli spermatozoi. 

Per validare la tesi sono stati reclutati una cinquantina di studenti e trenta studentesse eterosessuali, il team di scienziati ha registrato le voci dei maschi e chiesto poi alle femmine di giudicare le voci, in base a quanto risultavano attraenti e virili. Le donne hanno mostrato di preferire quelle più profonde. Poi è stato effettuato lo spermiogramma e le analisi, udite udite, hanno dimostrato che, a parità di motilità degli spermatozoi, i soggetti dalla voce profonda tendevano ad avere meno cellule spermatiche.  

La verità ferisce, vero? Lo so, lo so pure io sono sconvolta. Sapere che una trentina di donne e una cinquantina di maschi posso sovvertire le convinzioni dell’intera popolazione mondiale femminile… ecco, sono sconcertata e mi chiedo, ma per quale motivo muscoli, voci profonde, mandibole ferree mi rimescolano ancora il sangue? Sono una diversa, ecco cosa sono. Non sono moderna, sono obsoleta.

Dunque resto in attesa ansiosa di ciò che scopriranno in futuro gli eminenti scienziati, impegnati a svelarci il sacro mistero della nostra evoluzione. So che stanno studiando il dimorfismo sessuale, ovvero le differenze nei tratti tra uomini e donne, nella struttura corporea degli alci.

Appena tornano dalla tundra sovietica, ve lo faccio sapere.


mercoledì 13 agosto 2014

Veleno, assassino silenzioso...

Efficace anche in quantità impercettibili, traditore per eccellenza, nemico invisibile, spietato, sia nel bicchiere di vino che nella mela avvelenata di Biancaneve. Sappiatelo: senza veleno i supereroi dei fumetti e i cattivi sarebbero decisamente più… pallidi. Spiderman, creato dal morso di ragno radioattivo, le Tartarughe Ninja diventate ninja cadendo nella fogna con un contenitore di materiali tossici. La bella Cleopatra che pone fine alla vita tra le spire di un aspide, Laerte che uccide Amleto con una spada intinta nel veleno,

Fu Ercole a inventare la prima arma biologica: uccise Hydra, il mitico serpente a più teste e poi immerse le frecce nel suo veleno, per assicurarsi che fossero letali. La sua eredità perdura nella parola tossico, che deriva dal greco toxicon, ovvero freccia avvelenata. Con le frecce Ercole uccise nemici, amici e vittime innocenti e alla fine, ingannato, commise l'errore fatale di indossare un mantello intriso di veleno di… Hydra! Chi la fa, l’aspetti. Ma prima di morire, passò le sue frecce a Filottete, abile arciere che uccise molti soldati durante la guerra di Troia e poi fondò un tempio, in cui lasciò le frecce come voto, dedicandolo ad Apollo, dio della medicina. Socrate, condannato a morte da una giuria ateniese nel 399 a.C., con l'accusa di corrompere i giovani della città, bevve la cicuta, pianta rimasta da allora nella memoria collettiva.

Nel 199 d.C. i romani attaccarono Hatra, attuale città irachena, i cittadini si vendicarono dell’assedio lanciando contro gli aggressori vasi di terracotta pieni di scorpioni velenosi. Annibale mise a punto una strategia simile, ma quattrocento anni prima: pentole piene di serpenti velenosi sui ponti della flotta avversaria. Quella romana, ovviamente.

Mitridate re del Ponto, acerrimo nemico di Roma, testò sui prigionieri (romani) gli antidoti per i suoi veleni poi tracannò un beverone di cinquanta ingredienti, per proteggersi dall'avvelenamento. Nerone comandò agli schiavi di distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi, questi ubbidirono ma fu una strage. I sovrani medievali testavano le vivande con calici di cristallo e pietre, che si diceva avessero il potere di individuare il veleno al loro contatto. Ma il metodo principale era l’assaggiatore, ovvero l'impiego di un poveraccio a cui il cibo da testare, prima di essere servito al sovrano, veniva posto su una credenza. Da qui deriva il termine credenza, dal latino crēdĕre che significa prestar fede.

Paracelso, fisico e alchimista svizzero-tedesco vissuto nel XVI secolo scrisse: "Nulla è di per sé veleno, tutto è di per sé veleno, è la dose che fa il veleno." Insomma, il veleno è nella dose e tossicologia e farmacologia sono indissolubili, una dualità alla Jekyll-Hyde. Ricordiamoci che il serpente attorcigliato intorno al bastone, simboleggia Asclepio, dio greco della medicina.

L'arsenico, il re dei veleni, si lega alle proteine e crea nel nostro corpo il caos molecolare. Piccole quantità assunte per un lungo periodo portano debolezza, confusione mentale e paralisi. Se ne prendete meno di tre grammi in una volta però, avrete tutti i sintomi classici: nausea, vomito, diarrea, pressione bassa e… morte. Incolore, insapore, inodore, fu il veleno preferito dai Borgia e da Giulia Tofana, imprenditrice romana del XVII secolo che gestiva una scuola per insegnare alle giovani mantenute come fare fuori i propri mariti e diventare vedove benestanti. Bella idea, vero? Era detto dai francesi anche poudre de succession, polvere di successione, nel senso che fu il lasciapassare di molti per arrivare diritti al trono senza passare dal via, come al Monopoli.

Ippocrate, medico del V secolo, lo utilizzò per curare l'ulcera, qualche millennio dopo divenne un ingrediente della Soluzione di Fowler, intruglio creato nel 1786 e prescritto per oltre centocinquant’anni per trattare numerosi disturbi e malattie. Nel 1910, un composto di arsenico divenne il primo rimedio efficace per la sifilide, poi sostituito dalla penicillina. Oggi molti derivati dell'arsenico sono usati per trattare la malattia del sonno africana, quella della mosca con un nome simpatico: tse-tse. Nel 1890 William Osier, fondatore della moderna istruzione medica, definì l'arsenico il miglior farmaco per curare la leucemia e oggi questa sostanza continua ad essere un efficace agente chemioterapeutico per le forme acute della malattia.

Siamo circondati da veleni, perché l'eccesso rende qualsiasi sostanza pericolosa: la troppa vitamina A causa danni al fegato; troppa D danneggia i reni e se bevete troppa acqua, potreste soffrire di iponatriemia, una eccessiva diluizione del contenuto di sale nel sangue, che distrugge il cervello e la funzione muscolare. Alla faccia del moderno consiglio «Bevete tanto che fa bene!». Anche l'ossigeno è “la tossina ultima”: si combina col cibo per produrre energia ma nel nostro corpo produce radicali dell'ossigeno, ovvero atomi con un elettrone di troppo che danneggiano biomolecole, DNA, proteine e lipidi. In pratica, il nostro corpo si ossida e noi… arrugginiamo. Occhio poi al mondo là fuori, è una giungla: 1.200 specie di organismi marini velenosi tra cui 700 pesci, qualcosa come 400 serpenti, 60 schifosissime zecche, 75 scorpioni, 200 ragni, 750 veleni distribuiti equamente in più di 1.000 specie di piante e svariati uccelli dalle piume tossiche se toccate o ingerite.

Parlando di veleni, ecco il curioso caso di Napoleone Bonaparte morto il 5 maggio 1821 a Sant'Elena, in esilio sull’isola atlantica dopo la sconfitta a Waterloo. L'autopsia eseguita il mattino seguente diede come risultato la perforazione dello stomaco causata da un'ulcera, forse cancerosa. Ma Ben Weider, fondatore della Società Internazionale Napoleonica, ha idee diverse. A suo parere, venne avvelenato per motivi politici dagli inglesi e dai monarchici francesi, che lo volevano fuori dai piedi una volta per tutte. Su cosa fonda la sua ipotesi Weider? L'analisi dei capelli fatta da Pascal Kintz, dell'Istituto di medicina legale di Strasburgo. Kintz ha sottoposto campioni di capelli di Napoleone alla spettrometria, che ha confermato la presenza di arsenico. David Jones, immunologo presso l'Università di Newcastle in Inghilterra invece dà la colpa alla carta da parati della residenza di Longwood House, dove Napoleone passò gli ultimi anni. Era colorata con il verde di Scheele, un composto dell'arsenico altrimenti detto arsenito di rame. Una volta attaccato dalla muffa, portata dal clima umido di Sant'Elena, l'arsenico si sarebbe diffuso nell'aria.

Napoleone ora riposa in pace, ma c’è una tossina che fa dormire sonni agitati a molta gente perchè, con un solo grammo, può uccidere circa venti milioni di persone. E’ quella botulinica, prodotta dal quel simpaticone del Clostridium botulinum, un batterio. Produce una proteina che inibisce il rilascio di acetilcolina, un trasmettitore che comanda ai muscoli di contrarsi. Ne hanno fatto un farmaco, il  Botox, che contiene il veleno in forma estremamente diluita (ci mancherebbe!). Si è rivelato efficace nella distensione delle rughe, nella cura dell'emicrania, nella correzione dello strabismo e nelle contrazioni spastiche della sclerosi multipla.

La segale infettata da ergot, un fungo tossico, ha causato epidemie devastanti nel corso della storia. Tremori e allucinazioni sono alcuni sintomi e forse l'isterismo delle persone accusate di stregoneria nel XVII secolo potrebbe essere stato, in realtà, avvelenamento dalla cosiddetta segale cornuta. E che ne dite del fugu (Takifugu rubripes), pesce dalle labbra spesse e dallo sguardo simile al peggior gangster di Chicago? Noto anche come pesce palla, in Giappone è una prelibatezza ma mangiandone alcune parti si ingerisce tetrodotossina, potente neurotossina che congestiona il flusso di ioni di sodio nelle cellule nervose, paralizzando gli impulsi nervosi. Occhio, correte il rischio di fare la stessa fine del famoso attore di kabuki Mitsugoro
Bando che nel 1975, si abbandonò a una lunga cena a base di fegato di fugu. Gli piaceva sentire il formicolio che gli provocava sulle labbra e sulla lingua, ma al formicolio seguirono la totale paralisi degli arti, problemi respiratori e dopo otto ore, era defunto. Peccato per il formicolio perché al fugu, non esiste alcun antidoto. Pensate che gli chef che lo preparano devono seguire corsi durissimi e, per poter preparare un sashimi di fugu da cinquecento dollari a porzione, impiegano venti minuti a sezionare il pesce, separare i pezzi commestibili da quelli velenosi, contrassegnare i primi con etichette nere e quelli tossici con etichette rosse. Agli ultimi esami, in Giappone, hanno partecipato novecento aspiranti cuochi, ma solo il 63% lo ha superato.

Torniamo ai nostri lidi. Nell'Italia rinascimentale, il veleno era la soluzione a questioni politiche delicate, era considerato arte alla stregua della pittura, dell'architettura o della scultura. L'aggiunta di un tocco di arsenico, cicuta o elleboro al vino era cosa discreta. Alessandro VI Borgia sceglieva uomini benestanti, li nominava vescovi o cardinali poi li invitava a cena. Il vino della casa, asciutto con sentori di arsenico, congedava subito gli ospiti le cui ricchezze, secondo il diritto ecclesiastico, passavano nelle mani dei padroni di casa. Tutti dicevano «Stasera vado a cena dai Borgia», nessuno poteva dire «Ieri sera sono stato a cena dai Borgia.» Attente, la forma verbale cambia tutto…

Ma la capitale italiana della cospirazione era la Serenissima Repubblica di Venezia e, gli architetti del male, erano i membri del Consiglio dei Dieci, tribunale creato per scongiurare complotti e crimini contro lo stato. Il Consiglio contattava un assassino, di solito proveniente da un'altra città che, portato a termine il misfatto, veniva ricompensato con un intermediario. Le procedure cappa e… spada avvelenata venivano registrate ufficialmente nel volume Secreto Secretissima e oggi il libro mastro si trova negli archivi di stato di Venezia.

E la vedova? Quella nera, intendo. Ragno dal veleno potente, il suo morso causa forti dolori e spasmi muscolari, fino alla paralisi e degrada i tessuti producendo una ferita simile a una cancrena. Sua cugina, l’affascinante tarantola, con le sue tossine, provoca alta pressione sanguigna, aritmia cardiaca o epilessia. Aracnide è femmina, e ricordiamolo sempre: il veleno è mezzo femminile di morte per eccellenza...







martedì 29 luglio 2014

Sua Maestà Linda Howard...

La collana "I Romanzi" di Mondadori ci regala un indimenticabile, che non potete perdere. Dal 2 agosto 2014 in edicola troverete "Dopo quella Notte" di Linda Howard.
Ecco la mia recensione, anche sul blog "La Mia Biblioteca Romantica":

Sinossi: Faith Devlin è una povera, reietta ragazzina di Prescott, Louisiana, che ha sempre adorato da lontano il rampollo più ricco e bello della città. Ma lui, quell’afosa notte del sud l’ha chiamata spazzatura, quando suo padre ricco e rispettato uomo d’affari è scomparso insieme con la sua bella mamma. Faith deve odiare Gray Rouillard, non vuole più provare per lui quei sentimenti, quell’ondata di desiderio. Ora che è tornata non può soddisfare la sua passione, non più di quanto possa nascondere la verità sul suo passato, che ha aspettato così a lungo per districare. Gray Rouillard, anche quando ha sfiorato l'inferno, lo ha fatto con stile. Spericolato, affascinante, sostenuto dal potere economico della sua famiglia, Gray domina la città di Prescott e Devlin è un nome che non avrebbe mai più voluto sentire di nuovo. Ma quando, dopo tanti anni, torna a posare il suo sguardo su Faith Devlin, tutto ciò che vede è il sensuale disordine di lenzuola aggrovigliate e pelle di seta, sotto di lui. Prendersi cura di lei è impossibile, impensabile... perché Grey Rouillard ora pianifica di usare tutto il suo potere per rovinarla.

Linda Howard
Il mestiere, quello dello scrivere ce l’hai nelle mani, nel cuore, nella testa. Nell’anima. Poi, con il tempo, impari a padroneggiare il dono di saper narrare storie e allora scopri la tecnica, Aristotele e le figure retoriche, la scrittura creativa. Scopri che non si scrive solo con il cuore o l’anima, ma che il trasmettere emozioni è un dono che va curato, rafforzato, esercitato. Come i pittori, anche gli scrittori hanno colori e pennelli e tele su cui disegnare storie, ma per mostrarle agli occhi della mente di chi legge e capisci che non potrai mai fare a meno delle leggi sulla prospettiva.

Oggi sono qui per raccontarvi di una donna che sa usare il mestiere di affabulatrice come poche altre, che sa dosare cuore e ragione, anima e tecnica con una maestria che mi lascia, ogni volta, stupefatta. Perché quando leggo i suoi libri vedo, soffro, gioisco e sogno. Lei scrive, io leggo. Io lettrice, lei ammaliatrice. Ogni volta che apro una pagina qualsiasi sono costretta a leggere. Mi fermo, dimentico quello che stavo facendo e, il libro tra le mani, la mia mente viene inghiottita nella storia che già conosco. Ma mai abbastanza.

Il libro? Dopo quella notte (After the night, 1995)
L’autrice? Linda - SuaMaestà - Howard.

La storia? Lui, lei, una morte misteriosa di molti anni prima che sembra separare, ma in realtà unisce  per sempre. Dopo quella notte, una notte resa indimenticabile da un evento tragico, due vite si dividono, prendono sentieri diversi. Vite ineguali, vite vissute a fondo, ma mai complete. Quell’evento, quella tragica notte, è impressa nella memoria come la tela bianca che resta, nonostante vi siano sparsi sopra colori diversi. Una tela su cui è stato dipinto, con la forza della testardaggine e della voglia di riscatto, un nuovo inizio da parte di entrambi. Ma quella notte è sempre là, colorata ma in realtà ancora vergine, immota, indimenticabile. Basta un nulla per riscoprirla, rivelarla, farla tornare in superficie. Sentirla sempre presente perché quella notte non è stata affatto una fine, ma un inizio. Perché nessuno ha mai dimenticato. Nessuno dei due.

I personaggi? Vi entrano nelle vene come oro liquido, iniettati dalle parole con cui SuaMaestà li descrive.

Faith: folletto nella foresta, amante dei profumi, fiammella rosseggiante che si aggira nel bosco, poi donna matura, la fiammella che diventa fuoco, fucina di vulcano, lava incandescente. 
Gray: giovane, forte animale. Un uomo. Vero. Dalla prima volta che lo incontrate. Vi farà rimescolare il sangue, quello che vi scorre nelle vene sempre più veloce a ogni parola, a ogni immagine. Irresistibile.

Il libro? Un film. Vedete, vivete, respirate odori, suoni, sesso. Vorreste essere lei, vorreste toccarli o essere toccate da lui, dalle mani grandi e forti di Gray, lo vorreste a casa vostra sdraiato sul divano come un grosso, sensuale gattone o, ancora meglio, tra le lenzuola stropicciate con il suo torace villoso, le sue spalle larghe e forti su cui piangere e sotto cui fremere. Sì, sì. Sì! Lo vorreste perché sembra esistere davvero, non solo nella vostra testa. Se alzate gli occhi dalle pagine vi sembrerà di vederlo nella vostra cucina, i jeans bassi in vita, i piedi scalzi, i capelli arruffati che gli sfiorano il collo. «Gray, preparami una camomilla va là, che mi sento come se avessi mangiato sei chili di habanero…» Ma poi vi guardate intorno e Gray, ahimè, non c’è.
Questa è SuaMaestà Howard.

Vorreste avere Faith come amica quando la rincontrate donna, dopo averla conosciuta adolescente. É ritrovare un punto fermo, una roccia. Lei non vi tradirà, sa cosa vuole dalla vita. E’ un  esempio, una sorella con cui vorreste confidarvi, che vorreste avere vicina quando qualcuno vi tradisce o quando perdete qualcuno, qualcosa a cui tenete davvero. Perché la vita non è riuscita ad abbatterla. Con Faith mangereste una bella fetta di crostata calda, davanti a una tazza di tè, per conoscerla meglio e dirle, con un sorriso un po’ tirato: «Amica, hai accalappiato un gran figo. Non è che ha un fratello gemello, per caso? Perché vorrei indirizzo e, possibilmente, numero di telefono.»

I personaggi secondari… secondari è una parola troppo avvilente. I personaggi. Tutti gli altri, esistono. Dalla madre di lui altezzosa, distante, infelice. La sorella di lui, angosciata, problematica, alla ricerca di un equilibrio che ritroverà solo con l’amore. Un investigatore privato, che incontriamo per poche pagine e che, quando scompare,  è come se avessimo perso un carissimo zio. Questa è SuaMaestà.

Scritto nel lontano 1995. Ma le scene di sesso sono crude, reali, così vivide che sentite il languore dentro alla pancia.  Vi sentite rimescolare, rabbrividire a ogni bacio, ogni carezza, ogni sospiro. Un libro che venne pubblicato in Italia (Euroclub, 1999) e in Francia, dove alcune scene vennero tagliate. Ho sentito qualcuno dire che certe sue scene sono troppo vivide, troppo cruente e che i suoi uomini sono tutti uguali, troppo sensuali, troppo di tutto.Sì, sì. Sì!

È per questo che la chiamo SuaMaestà: perché è lei che vi spinge a odiarli o amarli i suoi personaggi. Perché sa scrivere. Perché sa come modellare, tendervi la trappola, illudervi, sospendere il vostro subconscio e farlo fluttuare nella storia. Voi siete i pesci nell'acquario, lei vi stuzzica con la sua esca e vi prende all’amo. La sua storia è come se fosse la vostra. Non vi dico altro, solo un’ultima cosa: suamaestàmicaperniente, da lei non abbiamo che da imparare.






giovedì 17 luglio 2014

Romance o fiaba? Un bel dilemma…


- Zia Adele, cosa stai leggendo?
- Un libro.
- Ah! E di che parla?
- Bhè… è una storia d’amore.
- C’è il Principe Azzurro, nella tua storia?
- Mhh… sì, lo possiamo chiamare così.
- E il principe salva al principessa nella tua storia?
- ??!!...
 
Ed ecco come, con una semplice domanda, una bambina di sette anni mi interpella su quelle che sono le mie letture. Devo confessare che, in quel momento preciso, stavo leggendo I doveri di un cavaliere, di Lynsay Sands. La mia eroina presenta strane similitudini con una certa Cenerentola e l’eroe di questa storia potrebbe davvero assomigliare a un principe azzurro, un pochino più rude è vero, ve lo concedo, ma la questione non è questa. Vediamo cosa dice l’enciclopedia Treccani alla voce fiaba: Racconto di avventure in cui domina il meraviglioso, negli episodi come nei personaggi, anonimo e popolare, di fonte e tradizione orale. Ebbe, fin da tempi remoti vastissima diffusione nel mondo indoeuropeo, come importante genere della narrativa orale d’intrattenimento.” Ah, bene, parliamo della stessa cosa. C’è stata qualche evoluzione ma in fondo in fondo i nostri Romance non sono forse fiabe per noi, bambine un po’ cresciute?



Andiamo alle origini, allora. Le fiabe fanno parte di quella grande famiglia che è la tradizione dei racconti orali. I cantastorie medievali, ve li ricordate? Di bocca in bocca, per generazioni, queste storie sono migrate per tutta Europa. Ma è solo nel XVII secolo che nasce un vero e proprio genere letterario, grazie a Charles Perrault, che pubblica nel 1695 i suoi famosi “Racconti di Mamma Oca” in cui sono contenute alcune delle più celebri fiabe che hanno accompagnato generazioni di bambini: Cappuccetto Rosso, Barbablù, La bella addormentata, Pollicino, Cenerentola e Il gatto con gli stivali. L’autore adotta un tono leggero e ne approfitta per inserire, in ogni storia, una morale. Fino ad allora non era mai accaduto.



Qui bisogna fare una distinzione perché favola e fiaba non sono la stessa cosa: la favola infatti è una breve narrazione, per lo più in versi, i cui caratteri fondamentali furono segnati già da Esopo e universalmente diffusi da Fedro: essenziale è che essa racchiuda una verità morale o un insegnamento di saggezza pratica e che vi agiscano, a volte insieme a uomini e dèi, animali o esseri inanimati, sempre però caratterizzazioni di virtù e vizi umani.

Centocinquant’anni più tardi, furono i Fratelli Grimm che cominciarono a interessarsi dei racconti popolari tedeschi e, dopo averli riuniti raccogliendoli da fonti differenti, pubblicarono la loro prima opera con il titolo Kinder-und Hausmärchen (Fiabe per bambini e famiglia, da noi tradotto con il titolo Fiabe del focolare). I due fratelli erano principalmente dei linguisti, volevano andare alle origini della lingua tedesca quindi dedicarono molte energie alla ricerca ed alla trascrizione dei miti e delle leggende dell'area germanica.

Anche le fiabe dunque seguono un canovaccio tipico, come quello delle tragedie. All’inizio viene descritta una situazione di equilibrio: l’eroe o l’eroina e tutti i personaggi della storia sono felici ma… eh sì, c’è sempre un ma… a un certo punto succede qualcosa di terribile, di inaspettato che diventa il nodo dell’intrigo: la bella principessa è colpita da un evento funesto o torturata dalla matrigna e il principe, ahimè, trasformato in ranocchio o in qualche altro essere viscido e disgustoso. Un piccolo mondo che dovrà essere salvato a tutti i costi e da questo momento l’eroe comincia a reagire per opporsi, combattere. 


Dovrà affrontare mille prove, mille pericoli: combattere draghi, opporsi alle macchinazioni delle fattucchiere malvagie, dare prova di forza e astuzia. Tra l’altro avrà anche l’arduo compito di scoprire a chi appartiene la graziosa, minuscola scarpetta di cristallo che gli è capitata tra le mani… Una cosa è certa: la suspense diventa quasi insostenibile e fino alla fine il lettore si chiederà se il poveraccio riuscirà nell’intento di sconfiggere giganti, orchi, streghe, maghi e folletti o peggio, matrigne. Le matrigne sono sempre perfide e pericolose, un po’ come le odierne suocere. Il male si annida nella famiglia,occhio!


E il cattivo? Riesce, per qualche misera pagina a sconfiggere il nostro eroe, viene illuso di detenere il potere, di essere il vincitore assoluto quando… quando a un certo punto il bene trionfa sul male e ci viene dimostrato che il crimine e la menzogna non pagano. Mai. Poveraccio. La conclusione ottimistica e felice delle fiabe ci permette di credere dunque che, nella vita c’è sempre un mezzo per riuscire a cavarsela, qualsiasi sia la situazione in cui siamo invischiati: faccia a faccia con un troll, nelle grinfie di una maga cattiva o prigionieri di un orco antropofago. Molto pedagogico, vero?

Interessante notare come i problemi esistenziali che pongono le fiabe siano sempre posti in termini brevi, semplici anche se a volte molto tragici. L’abbandono di bambini da parte dei genitori (Hansel e Gretel), madri sconsiderate che lasciano andare la propria figlia da sola nella foresta infestata di lupi (Cappuccetto Rosso) e quello che più è scioccante, se ci pensate bene, è l’apparente indifferenza dei personaggi chiamati in causa: la piccola innocente Cappuccetto Rosso si allontana da casa fischiettando con le sue focaccette, Hansel e Gretel si ostinano, più volte, a tornare da quegli stessi genitori che li hanno abbandonati.

E l’amore? Al centro delle fiabe c’è spesso la sua ricerca, la sua conquista con tutto il corollario dei problemi e vi sarete accorte che nella maggior parte delle fiabe c’è sempre qualcuno che mette in guardia le giovanette contro l’amore, soprattutto contro i pericoli del sesso. La Bella Addormentata si punge il dito con un oggetto appuntito (simbolo fallico secondo gli psicologi…), sanguina e si addormenta. Il principe deve scartare siepi di spine (!) per raggiungerla e quando l’abbraccia, si schiudono i fiori… Quanti simboli con un messaggio chiaro: bisogna essere pronti per l’amore fisico. Nella fiaba della Bella e la Bestia, la Bella rifiuta di diventare la moglie del mostro, ma quando egli si lascia morire di dispiacere, ella commossa gli dà un bacio e lo trasforma in principe. La morale? Se non sei pronta, il sesso ti sembrerà disgustoso e ti farà paura (o almeno è quello che vogliono farci credere…)

Ognuna di noi durante l’infanzia ha ascoltato le belle fiabe di Cenerentola, Biancaneve, la Bella Addormentata. Ma questi racconti ci hanno permesso di superare le incertezze dell’adolescenza o siamo ancora alla ricerca, attraverso le nostre attuali letture, di ritrovare la dolce e illusoria certezza del lieto fine? Perché i nostri romance non sono che fiabe, dove le eroine sono sempre bellissime, intelligenti, educate, destinate a diventare spose e madri, anche se di solito non sono mai rappresentate come diligenti casalinghe. Sono dolci, buone perché la bontà è sempre ricompensata… e gli eroi? Pure loro bellissimi, virili, ricchi: ecco le qualità principali per piacere a una donna! Ma sono anche coraggiosi, ostinati quando si tratta di conquistare l’amore o di salvare la prescelta. Arrivano sui loro cavalli, meglio se bianchi, i capelli al vento, brandendo la spada (!) per affrontare il Male, in qualsiasi sembianza esso sia.

Il Bene alla fine trionfa, la bella è salva, lui è perdutamente innamorato e vivranno felici e contenti circondati da tanti bambini. Importante quest’ultima precisazione, perché né la vecchiaia né la morte degli eroi è mai accennata. Infatti i Fratelli Grimm concludono spesso le loro fiabe con la frase “Ed essi non sono morti ma vivono ancora”. Così ci mettono di fronte a una vita non solo felice ma anche lunga, molto lunga… tutte similitudini che parlano da sole. I nostri romance non sono che adattamenti contemporanei di queste meravigliose fiabe che hanno accompagnato la nostra infanzia. Anche noi leggendoli immaginiamo che la speranza ci sia ancora e che, anche nella peggiore delle situazioni, tutto potrebbe tornare ad essere meraviglioso. A patto di avere accanto l’uomo dei nostri sogni.

Abbiamo la nostra risposta quindi di fronte agli scettici che si fanno beffe delle nostre letture:  il Romance è uno specchio che riflette i sogni ma anche le nostre paure, le nostre angosce, ed è qui che interviene la parte pedagogica della morale fiabesca: essa soddisfa i nostri bisogni di serenità e armonia. Le fiabe, da piccoli, ci aiutano a crescere, da grandi ci permettono di ritrovare il gusto perduto dell’infanzia. Piccole o grandi, è importante il piacere che ne ricaviamo, le ore trascorse a sognare. Quelle nessuno ce le può portare via.

Allora... c’era una volta…