lunedì 26 gennaio 2015

Buon appetito, gladiatori!



I gladiatori: prigionieri di guerra, criminali, schiavi. Ma anche romani liberi caduti in rovina o che avevano conti in sospeso con la giustizia, tanto da essere disposti a rischiare la morte pur di guadagnare qualche sesterzio, diventare eroi della capitale del mondo o, per meriti particolari, riacquistare la libertà.

Il loro armamento, che in età repubblicana era legato all’arbitrio individuale, fu regolamentato durante il principato di Augusto, insieme alla definizione di precise classi gladiatorie. Nacquero così i mirmilloni, i reziari, i traci, i secutor, per citarne alcuni, tutti raccolti in familiae guidate con disciplina dal lanista, imprenditore che faceva commercio di gladiatori e li affittava all’organizzatore degli spettacoli gladiatorii, i munera. La più famosa e grande scuola imperiale di gladiatori a Roma era il ludus magnus, situata vicino all’anfiteatro Flavio.  

Essi avevano pochi diritti e dovevano pronunciare un sinistro giuramento (sacramentum gladiatorium), rinunciando al loro status di cittadini: uri, vinciri, verberari, ferroque necari, ovvero: “sopporterò di essere bruciato, legato, picchiato e ucciso con la spada”. La loro aspettativa di vita dunque era minima e la morte, di sicuro, cruenta e sanguinosa. Pare che tra l’altro non traessero nemmeno grandi soddisfazioni dal cibo, la loro dieta era prevalentemente a base di vegetali.

Anche per questi antichi lottatori dunque il cibo era salute e sinonimo di forma fisica. Sapete vero che Alessandro Magno era stato ispirato per le sue conquiste non solo dalla sete di potere, ma anche dalla speranza di trovare una sorgente per invertire il processo di invecchiamento? E che Juan Ponce de Leon era invece sulle tracce della fontana della giovinezza, quando scoprì la Florida nel 1513?  Una leggenda tramanda che la polvere da sparo, inventata dai cinesi, sia stata l'inaspettato risultato della ricerca per un elisir di lunga vita. Oggi sappiamo che per invecchiare in salute ci vogliono geni di “buona qualità”, che determinano per circa per un terzo la durata dell'esistenza di una persona, ma sappiamo anche che il resto dipende da una combinazione di fattori ambientali e stili di vita, che comprendono interazioni sociali, attività fisica e cibo. I romani lo sapevano già, quindi torniamo ai nostri amici gladiatori.

Plinio il Vecchio tramanda che erano soprannominati hordearii, cioè uomini d'orzo, il medico Galeno (II secolo), che li curò per anni, invece ci ha lasciato testimonianza di ciò di cui si nutrivano: legumi, cereali, cipolle, aglio, semi di finocchio, frutta fresca e secca. La carne era rarissima ma abbondanti i latticini, olio, miele e il solito vino annacquato. Cibi sostanziosi, ma anche economici. Pare che, come Braccio di Ferro per gli spinaci, anche i gladiatori utilizzassero prima degli scontri un alimento speciale per acquistare forza: erano focacce d'orzo speziate, condite con miele e un infuso a base di fieno greco, dalle proprietà energizzanti.

In genere cereali e legumi venivano somministrati come creme passate, a cui veniva aggiunto orzo decorticato. Analisi chimiche delle ossa di una settantina di gladiatori scoperte presso Efeso, capitale romana dell’Asia Minore e sede del favoloso tempio di Artemide, hanno confermato la tradizione storica. Le ossa rinvenute appartenevano a diversi gladiatori di età compresa tra i venti e i trent'anni, assieme a una donna (forse una schiava o una gladiatrice) e un uomo di mezza età che, in base alle condizioni dello scheletro, si è ipotizzato fosse un ex-gladiatore diventato allenatore. Karl Grossschmidt, antropologo forense all’Università di Vienna, ha concluso, grazie alle ricerche su questo ritrovamento, che i gladiatori prima di un incontro mettevano su peso, piuttosto che perderlo, per proteggersi dalle ferite con lo strato di grasso che suppliva l’assenza di armatura.

Le analisi di Grosschmidt non hanno riscontrato carenze croniche di calcio, forse grazie anche alla misteriosa bevanda, citata nella letteratura romana di quel tempo: un preparato a base di ceneri di legna, ossa e aceto, usato come tonificante dopo gli allenamenti o al termine dei combattimenti.

Le analisi mediche mostrano inoltre che i gladiatori, nonostante un po’ di “pancetta”, non erano affatto pigri pantofolai: la densità delle ossa trovate nel sito di Efeso è simile a quella degli odierni atleti professionisti e le tracce di muscoli ingrossati sulle ossa delle braccia e delle gambe indicano che partecipavano a programmi di esercizio ginnico intensi e continui. Insomma, mangiatori di fagioli palestrati che trangugiavano un Gatorade molto particolare. 

A Roma, negli anfiteatri, incitati da folle oceaniche potevano esibirsi in un giorno decine di gladiatori in combattimenti in coppia, a squadre o contro felini, bufali, orsi, elefanti, rinoceronti e chi più ne ha più ne metta. La sera prima del combattimento veniva loro offerto un lauto banchetto chiamato coena libera, nello stesso spirito con cui oggi viene concesso l'ultimo desiderio ai condannati a morte. Alcuni mosaici rappresentano i morituri mentre mangiano, bevono e fanno baldoria, concedendosi per una volta leccornie come cinghiale arrosto, pesce e cacciagione.

Per concludere, mi piace pensare che anche agli innumerevoli carnivori in gabbia, in attesa di essere sbudellati, venisse offerto l’ultimo, lauta cena: un pasciuto e grassoccio gladiatore…




lunedì 12 gennaio 2015

Carciofo, ortaggio storico



Michelangelo Merisi, ancor più noto come il Caravaggio (1571- 1610) gode di una fama universale dovuta ai colori, al suo temperamento e ai celebri dipinti che interpretano lo stato umano, fisico, emotivo dei suoi personaggi con grande forza e suggestione.

Caravaggio usò la luce e i colori con uno spirito drammatico mai eguagliato da altri e il suo modo di dipingere influenzò fortemente la pittura barocca. Fino a noi sono giunti sessanta dei suoi dipinti e si narra che, per far posto alle sue tele più grandi, fece un buco nel soffitto di casa sua. Quando l’affittuaria ebbe da ridire, egli scagliò pietre contro la sua finestra ma le lanciò anche contro la polizia, fu accusato di aver sobillato risse e brandì spade e pistole per le strade di Roma, senza averne il permesso. Fu processato per aver picchiato un uomo con un bastone e imprigionato per aver aggredito un suo collega. Un animo irrequieto che, il 28 maggio 1606 durante una rissa, uccise un uomo e fu per questo condannato a morte. Da allora visse in costante fuga per sfuggire alla pena capitale.

Altrettanto famoso fu l'episodio in cui attaccò un cameriere, a causa di un piatto di carciofi. L'uomo, tal Pietro Antonio de Fosaccia, servì il Caravaggio e alcuni suoi amici durante un pranzo e così descrisse l'accaduto alla polizia il 26 aprile 1604: «Ho portato loro otto carciofi, quattro ripassati nel burro e quattro fritti. Quando l'imputato mi chiese di indicargli quali erano quelli al burro e quali quelli cotti nell'olio, io gli consigliai di annusarli. Lui si arrabbiò e, senza dire nulla, afferrò il tegame di terracotta e mi colpì sulla guancia, ferendomi lievemente... "

Ma cosa scatenò la rabbia di Caravaggio? Forse i carciofi? Carciofi e cardi appartengono alla famiglia delle Asteraceae e sono sulle nostre tavole dai tempi della civiltà greco-romana. Secondo il mito greco, il carciofo è nato grazie a Zeus che, in visita a suo fratello Poseidone, avvistò sulla spiaggia una splendida ninfa di nome Cynara, chiamata così a causa dei suoi capelli color cenere. La bella ninfa aveva occhi verdi e viola, era alta e snella e, tanto per cambiare Zeus se ne innamorò. Dopo averla sedotta, la trasformò in una dea e la portò con sé sul Monte Olimpo. Cynara però si sentiva sola, le mancava la madre, così un giorno fuggì e tornò sulla Terra a visitare la famiglia. Il sotterfugio fece infuriare Zeus che, in un impeto di rabbia degna del Caravaggio, la trasformò in una pianta verde e spinosa, proprio come il suo carattere.



Il nome scientifico di carciofo, Cynara cardunculus, deriva proprio dalla storia di questa ninfa sfortunata. L’ortaggio possiede un fiore violetto come gli occhi della bella ninfa e un cuore tenero, come sa esserlo solo quello di una fanciulla. Il legame con la mitologia è strettissimo perché la pianta è originaria del bacino del Mediterraneo orientale: isole Egee, Cipro, l'Africa settentrionale e l'Etiopia dove tuttora si trovano varie qualità di carciofi che crescono spontaneamente.



Plinio il Vecchio menziona due tipi di Asteraceae commestibili conosciute nel I secolo dai romani: una che "produce numerosi steli subito dopo aver lasciato la terra", che potrebbe essere un tipo di cardo; un'altra che produce "fiori spessi e viola, aventi un unico stelo", forse un progenitore del moderno carciofo. Quest'ultima pianta, secondo Plinio, aveva numerosi effetti medicinali: curava la calvizie, rafforzava lo stomaco, rinfrescava l'alito e, così pare, poteva favorire il concepimento di figli maschi. Anche se Plinio non ne parla in modo esplicito, era anche considerata afrodisiaca. I romani marinavano i carciofi con miele e aceto e li condivano con il cumino.



Dopo la caduta dell'Impero Romano il carciofo fu dimenticato, assieme ai libri, alla civiltà e alle Terme, anche se pare sia stato adottato dagli arabi, che lo esportarono in Spagna. Nei secoli si tornerà a parlare dei carciofi alla corte di Caterina de' Medici, che li fece assaggiare ai fiorentini e poi ai francesi nel XVI secolo, quando all'età di quattordici anni sposò il futuro Enrico II. Sembra ne fosse ghiotta e, data la loro reputazione di alimento eccitante, scandalizzava i più puritani della corte. Dalla Francia i carciofi si diffusero in Olanda, in Inghilterra dove divennero cibo assai gradito di Enrico VIII. 

John Evelyn, nel suo Acetaria: A Discourse of Sallets, del 1699, elenca diversi modi di cucinare lo spinoso ortaggio: “…le teste devono essere divise in quarti, prima di essere consumate crude, con olio, aceto, sale e pepe" e aggiunge quasi fosse un grande chef: "È bene accompagnarle con un bicchiere di vino. Quando ancora sono piccoli e teneri, sono buoni anche fritti nel burro e conditi con il prezzemolo; i fondi possono essere usati per preparare torte e che in Italia i carciofi alla griglia vengono conditi con olio d'oliva e serviti con succo d'arancia e zucchero." Strano condimento che mi piacerebbe sperimentare...



Nel Nuovo Mondo sbarcarono con le prime migrazioni dei coloni, a partire del XVIII secolo, forse furono i francesi a intrudurli per primi nella zona canadese del continente nord-americano, ma pare che già George e Martha Washington coltivassero i carciofi nella loro tenuta di Mount Vernon, e lo stesso faceva Thomas Jefferson, a Monticello. Jefferson li cita anche nel suo libro Garden Booke e di sicuro ne era goloso estimatore e, quando dovette inventare un codice da utilizzare per la sua corrispondenza privata con Meriwether Lewis durante il viaggio verso la costa del Pacifico di Lewis e Clark, scelse come parola chiave proprio "carciofi".



Allora, carciofi a tutte e a tutti!


mercoledì 7 gennaio 2015

Recensioni, mon amour…



Mi è capitato spesso di bazzicare su Amazon per scegliere i libri da acquistare. Per me è quasi d’obbligo dare un’occhiata alle opinioni dei lettori, pubblicate a corollario dei libri venduti, con tanto di stelle e stelline. Avete letto bene, ho detto opinioni. Sì, perché le recensioni vere sono rarissime. La stessa cosa mi succede su molti blog, che spuntano come funghi, diventano dall’oggi al domani crogiuoli di giudizi da deus ex… catedra che, sempre più spesso elogiano libri mal scritti e distruggono libri che invece avrebbero un loro perché. Recensioni alla “Cetto la Qualunque”, fatte da chi di scrittura sa poco o nulla, una conoscenza superficiale dovuta solo alle numerose letture. Magari non distingue neppure un’analessi da un climax o, più semplicemente afferma che per uno scrittore l’italiano la grammatica non è necessaria, tanto c’è l’editor (!).

Intanto scopriamo l’etimologia della parola. Recensione deriva dal verbo latino (e te pareva…) recensēre ovvero esaminare. Infatti l’obiettivo di una buona recensione deve essere proprio questo: spingere alla riflessione, esaminare. Occhio: devono essere prive di refusi ma soprattutto prive di errori grammaticali o verbali. Quando si consegna un testo al pubblico esso deve essere perfetto, ne va di prestigio e credibilità. Un consiglio per eliminare i refusi? Rileggete il testo qualche giorno dopo ma se non potete farlo, cambiate il font, ingannerete il vostro cervello che sa a memoria quanto avete scritto. Un altro sistema? Stampatelo e usate carta e matita. Anche se gli errori a volte li fanno anche titolati giornalisti, non consolatevi: Giovanni Minoli, tanto per citarne uno, è avverso all’uso dei congiuntivi ma non è un vanto per lui, credetemi.


Della trama del libro che volete recensire dovrete parlarne solo per sommi capi, dare informazioni generali e presentarne gli aspetti più rilevanti, insomma no alle sinossi annacquate in un brodo cosmico e ricordate, per scrivere una recensione il libro va letto e goduto, assimilato. Ci vuole passione per raccontare la nostra esperienza di lettura ad altri potenziali lettori e badate che per scrivere questo articolo ho dismesso i panni di scrittrice per indossare quelli di blogger e lettrice e dopo il doveroso chiarimento, torniamo a pesce nel nostro brodo… ops, volevo dire all’argomento principale.


Il contenuto della recensione dovrà quindi riguardare soprattutto l'analisi delle caratteristiche del testo, confrontato magari con altre opere dello stesso genere o dello stesso autore e solo alla fine va inserita la vostra valutazione personale (opinione, ricordate?) finalizzata a persuadere l'eventuale lettore della validità della sua scelta.

La recensione è dunque un testo interpretativo-valutativo, con tre elementi fondamentali: una parte a carattere informativo (chiamata blocchetto) con notizie su autore, titolo del libro, casa editrice, anno di pubblicazione, traduttore ecc.; una parte a carattere interpretativo, dove si specifica il genere letterario cui appartiene l'opera e, in caso di narrativa, si accennerà alla trama, ai temi affrontati dall'opera, alle soluzioni di linguaggio e stile adottate dall'autore. 

Potete anche riportare citazioni dirette dall'opera esaminata; infine avremo la parte a carattere valutativo, che consiste nel giudizio sul valore estetico e comunicativo del libro recensito. Si possono scrivere anche recensioni negative su un'opera, demolire un libro o sconsigliarne la lettura, ma in tal caso più che di recensione si parla di stroncatura. La recensione dovrebbe essere quindi un testo breve che si prefigge di informare, spiegare e valutare e non dimentichiamo che, per aiutarvi nella narrazione del plot, un valido strumento, come scritto sopra, possono essere le citazioni prese direttamente dal libro a patto che siano brevi e dimostrative di ciò che state dichiarando ma mi raccomando, non svelate mai il gusto del brodo…ops, volevo dire l’alone di mistero che circonda la trama e non abbondate con frasi generiche e impersonali che dicono tutto e niente. 

Chi legge vuole sapere davvero di cosa tratta il libro, capire se gli piacerebbe leggerlo oppure no. Per cui evitate espressioni come “eccezionale”, “bellissimo” “mi ha colpito molto”. Partendo dal presupposto che ogni testo che si scrive parla già dell’autore, del suo stile, ecco un ultimo consiglio: una buona recensione dovrebbe tendere il più possibile all’oggettività. L’opinione del recensore viene fuori dal taglio con cui si descrive il libro, dalle citazioni che si selezionano, dalla scelta stessa del libro da recensire. La bravura del recensore fa venire voglia di leggere il libro senza dover dichiarare mai “ve lo consiglio”.

Esempio di recensione da NON scrivere? Il commento di un lettore preso su IBS.it del libro di Stephenie Meyer Twilight:

Ragazzi, non capisco ki nn legge qst libro e ki dice che è brutto…tt hanno il diritto di dire la propria ma…come si fa a dire che twilight è brutto!!!è assolutamente il libro più bello k io abbia mai letto!!! è magico, fantastico, indescrivibile…in una parola…UNICO!!!All’inizio la copertina mi ha incurosito e l’ho letto come x sfidare le mie amike ke lo giudicavano dalla copertina…e dopo il primo capitolo…non riuscivo + a separarmene!!  Voto: 5 / 5

Appunto.

sabato 20 dicembre 2014

Tutankhamon, il mistero continua…



A chi non vengono i brividi? Sì, mi riferisco alle mummie. Ci turbano e affascinano con i loro segreti, le maledizioni, la magia. Ma un tempo erano persone che vivevano, pensavano e amavano proprio come noi, non dobbiamo dimenticarlo neppure se sentiamo parlare di Tutankhamon, faraone circondato da tali misteri che neppure la moderna tecnologia riesce a risolvere. Anche a voi capita? Bene, allora vi racconto qualcosa su di lui.


Salì al trono giovanissimo, faraone della XVIII dinastia la cui tomba fu scoperta, pressoché intatta, dall’egittologo Howard Carter il 4 novembre 1922 grazie alle sovvenzioni di Lord Carnarvon. Il suo è un dramma antico, una storia di cui si sta ancora scrivendo il finale. Il primo capitolo lo possiamo collocare intorno al 1390 a.C., varie decine d’anni prima della sua nascita, quando sale al trono Amenhotep III che governa un impero che si estende dall’Eufrate, fino alla Quarta Cataratta del Nilo. Da nord a sud duemila chilometri di ricchezze inimmaginabili. Al suo fianco la regina Tiye, potente e scaltra. Amenhotep III regna per trentasette anni, onora Amon e la casta potentissima dei suoi sacerdoti, il popolo prospera, le casse del regno si riempiono grazie ai possedimenti oltreconfine.


Il secondo atto del dramma è una rivoluzione: morto Amenhotep III gli succede il suo secondogenito, Amenhotep IV. Sognatore rivoluzionario abbandona il culto di Amon e del pantheon ufficiale egizio per abbracciare il dio unico Aton, il disco solare. Nel quinto anno del suo regno cambia nome, diventa Akhenaton e come dio vivente abbandona la capitale Tebe e costruisce a Tell el-Amarna, in mezzo al deserto, la sua città Aketaton. Con la sua sposa, la bellissima Nefertiti, assolve il ruolo di sommo sacerdote di Aton. La classe sacerdotale di Amon viene privata di potere e ricchezza, l’Aton regna supremo; l’arte di questo periodo è pervasa da un realismo unico nella storia egizia e il faraone si fa ritrarre così com’è, con la pancetta e il viso lungo dalle labbra carnose. La fine del suo regno è avvolta nel dubbio e per un breve periodo l’Egitto è governato da uno o forse due sovrani che regnano insieme ad Akhenaton o subito dopo la sua morte. Forse uno di essi è la stessa Nefertiti, il secondo è un personaggio misterioso, Smenkhkara, di cui non si sa quasi nulla.

Akhenaton
Quel che si sa è che nel terzo atto del dramma troviamo sul trono un bambino di nove anni: Tutankhaton (l’immagine vivente dell’Aton) che nei primi due anni di regno lascia Aketaton e con la sua giovanissima sposa Ankhesenpaaton (figlia di Akhenaton e Nefertiti) torna a Tebe, dove riapre i templi di Amon e gli restituisce onore, gloria e ricchezza. I reali consorti cambiano nome: Tutankhamon e Ankhesenamon. L’eresia di Akhenaton è stata ripudiata e verrà cancellata per sempre.



A questo punto sul dramma cala il sipario: dieci anni dopo l’ascesa al trono Tutankhamon muore, senza eredi. Viene sepolto in modo frettoloso, in una piccola tomba progettata per un privato e, meno di un secolo dopo, tutti lo hanno dimenticato. Nascosto ai saccheggiatori dalle tombe scavate intorno e sopra, proprio per questo motivo è arrivato quasi intatto fino a noi e al suo interno sono stati ritrovati più di cinquemila reperti che però non hanno fatto luce sui rapporti familiari più intimi del giovane re. Chi erano i suoi genitori? Nel 2005, grazie a una serie di TAC, si è dimostrato che non morì per un colpo alla testa ma che la parte posteriore del suo cranio era stata forata durante la mummificazione. Una nuova ricerca nel 2010 ha analizzato non solo il DNA di Tutankhamon, ma anche quello di altre dieci mummie, sospettate di far parte della cerchia ristretta dei suoi familiari e ci sono voluti sei mesi per ottenere un campione che si potesse amplificare e sequenziare per far luce sull’identità del padre di Tutankhamon.



Le testimonianze archeologiche riguardanti questa questione cruciale erano ambigue. In varie iscrizioni risalenti all’epoca del suo regno, Tutankhamon parla di Amenhotep III definendolo suo padre ma Amenhotep III morì circa dieci anni prima della sua nascita. Molti studiosi ritengono invece che il padre fosse Akhenaton, tesi è confortata dalle iscrizioni di un blocco spaccato di calcare rinvenuto vicino ad Amarna in cui sia Tutankhaton che Ankhesenpaaton vengono definiti figli amati del sovrano.



Una volta isolato il DNA delle mummie è stato abbastanza facile confrontare i cromosomi Y delle mummie per vedere se fossero legati da parentela. Alla fine si è stabilito, con una percentuale di probabilità superiore al 99,99 per cento che Amenhotep III era il padre dell’individuo sepolto nella tomba KV55 e che questo era a sua volta il padre di Tutankhamon. A questo punto sapevamo dunque di avere il corpo del padre ma non si sapeva chi fosse. I sospetti si concentravano soprattutto su Akhenaton. La tomba KV55 ospitava un deposito di materiale che si riteneva fosse stato preso da Tutankhamon ad Amarna, dove era stato sepolto Akhenaton e da lì portato a Tebe. Benché i cartigli (ovali contenenti i nomi del faraone) fossero stati cancellati dal sarcofago lì ritrovato, questo recava alcuni epiteti associati esclusivamente ad Akhenaton.



Nuove indagini sul DNA e nuove tomografie computerizzate della mummia KV55 hanno chiarito che era un uomo vicino ai 40 anni: gli studiosi hanno concluso che era figlio di Amenhotep III e di Tiye ed era quasi certamente Akhenaton. E la madre di Tutankhamon? Il DNA di una mummia scoperta accanto a quella di Tiye era correlato a quello del giovanissimo sovrano. Ancora più stupefacente è il fatto che, grazie al suo DNA, si è dimostrato che anche un’altra mummia lì ritrovata, denominata la Giovane Signora, era figlia di Amenhotep III e di Tiye, come Akhenaton. Quest’ultimo aveva dunque concepito un figlio con sua sorella. Il bambino sarebbe stato chiamato Tutankhamon.



Grazie a questa scoperta oggi sappiamo che è improbabile che Tutankhamon fosse figlio di una delle mogli conosciute di Akhenaton, Nefertiti o la seconda consorte Kiya. Fra i reali dell’antico Egitto l’incesto non era una pratica insolita e forse proprio l’incesto determinò la morte prematura del giovane faraone. Dalle immagini tomografiche della mummia è emerso inoltre un dettaglio che era passato inosservato: Tutankhamon era affetto da equinismo del piede sinistro, a un dito del piede mancava un osso e le ossa di una parte del piede erano andate distrutte per necrosi. Tanto il piede equino quanto la malattia ossea gli impedirono di camminare agevolmente e infatti nella sua tomba sono stati ritrovati più di cento bastoni da passeggio, alcuni dei quali mostrano chiare tracce di usura. Tutankhamon era anche afflitto da malaria, forse la causa della sua morte? Ma la salute di Tutankhamon era compromessa fin dal suo concepimento, visto che i genitori erano fratelli. L’incesto tra componenti di famiglie reali possono avere vantaggi politici, ma il matrimonio tra fratelli aumenta le probabilità di tramandare ai figli un assortimento di difetti genetici.



Howard Carter e uno dei sarcofagi
Fra i tanti splendidi oggetti sepolti con Tutankhamon c’è un cofanetto rivestito d’avorio intarsiato che raffigura il faraone con la regale consorte: Tutankhamon si appoggia al bastone mentre la sua sposa gli porge un mazzo di fiori; in questa come in altre raffigurazioni la coppia appare serena e innamorata. Horemheb, comandante in capo dell’esercito di Tutankhamon, che conquistò il trono alla sua morte morì senza eredi lasciando il trono a un altro comandante dell’esercito: Ramses I. Con lui ebbe inizio una nuova dinastia che sotto la guida di suo nipote Ramses II portò a nuove vette l’Egitto e il potere imperiale. Egli si impegnò per cancellare dalla storia ogni traccia di Akhenaton e di Tutankhamon ma ci ha pensato Howard Carter a mantenerne vivo fino a noi il loro ricordo…