giovedì 30 luglio 2015

Armi bianche che passione!

"Arma antiqua manus ungues dentesque fuerunt et lapides et item silvarum fragmina rami et flamma atque ignes, post quam sunt cognita primum. Posterius ferri vis est aerisque reperta". "Antiche armi furono le mani, le unghie, i denti, le pietre e i rami spezzati nelle selve, poi le fiamme e il fuoco appena furono noti. Più tardi fu scoperta la forza del ferro e del bronzo." 

È nientepopodimeno che il poeta latino Lucrezio (I sec. a.C.) che, nel Libro V del suo De Rerum Natura, descrive la nascita delle armi, dall’età della pietra a quella delle armi bianche. L’origine del termine arma è sfuggente. La parola potrebbe derivare dal latino arma, plurale di un supposto armum che gli antichi dedussero da arceo, respingere, oppure da armus (armòs, in greco) che significa “omero” o “braccio” e indicava qualcosa che stava appeso alle spalle. Alcuni filologi ipotizzano invece che derivi dal celtico harn, cioè ferro o dall’antico germanico har, esercito. Di sicuro ha la stessa radice di ramo, in diretta relazione con l’inglese e il tedesco arm, braccio.

Diciamolo: l’immagine del cavernicolo Grunt con la clava in mano fa parte dell'immaginario collettivo ma in effetti clave, bastoni, mazze, martelli, sono le cosiddette armi da botta, ovvero armi da offesa, con manico più o meno lungo, atte a ferire, ammaccare, contundere mediante percossa. I ritrovamenti archeologici inducono a ritenere che le prime armi usate dall’uomo abbiano fatto la loro comparsa durante l’ultima glaciazione, circa 70.000 anni fa: si trattava di zagaglie, arponi e cuspidi, ma sicuramente la prima arma utilizzata dall’uomo fu la pietra, usata come corpo contundente e quindi scagliata contro il nemico o gli animali.

La clava pare sia stata la prima (quindi la più antica) arma fabbricata dall’uomo. Seguirono la mazza a punta di corno, la lancia con punta d’osso o di legno indurito al fuoco, e l’arco. L’arco segnò una vera e propria rivoluzione innovativa, poiché basato su un differente sistema di propulsione rispetto alla lancia. Dopo bastoni e mazze quindi arrivano la scure e le armi di selce nell'età della pietra, che furono alla base dell’utilizzo della lama vera e propria, un pezzo di metallo di forma appuntita, con una o più parti affilate (il filo).

Oggi esistono armi da taglio, quelle col filo sulla lama (spade, coltelli, sciabole, asce) o armi da punta (pugnali, picche, lance, baionette) che non presentano il filo ma hanno solo la punta acuminata, necessaria per penetrare e/o sfondare come alcuni tipi di stiletto, i fioretti e il “becco di corvo”. Le armi da lancio (arco, fionda, balestra) invece, grazie alla forza fisica e in abbinamento a dispositivi meccanici, servono per lanciare anche a distanze considerevoli i proiettili di varia natura: pietre, frecce, giavellotti e chi più ne ha più ne metta. 

Chi scrive libri storici deve avere almeno una piccola infarinatura di armi. Chiariamo innanzi tutto perché vengono chiamate armi bianche. Esistono due teorie: una indica come motivo il fatto che le lame scintillano alla luce del sole e assumono un colore bianco, l’altra la differenza con il colore quasi nero della polvere da sparo.

Bianche o meno, tagliano e la loro origine va collocata a cavallo dell’anno mille, epoca in cui la produzione dell'acciaio (massa ferrosa, carbone e aria), cominciò ad avere un certo sviluppo. L’acciaio ottenuto, ricco di ossido e scorie, veniva temprato con il sistema della martellatura e del riscaldamento e non è escluso che già i romani conoscessero questa tecnica, poi dimenticata con la caduta dell’Impero. Uomo primitivo a parte, gran parte dei sistemi di combattimento con la spada dell’alto medioevo risalgono agli usi delle tribù germaniche che invasero l’Europa. A partire dal V secolo d.C. Goti, Longobardi, Franchi, essendo abili nel maneggio di lunghe spade da usarsi in coppia con lo scudo, diffusero anche in Europa l’uso del duello come sistema per dirimere le questioni d’onore o invocare il giudizio di Dio, come raccontavo in un articolo sui duelli di qualche tempo fa.

Questo tipo di lame però presentavano diversi svantaggi: perdevano facilmente l’affilatura e richiedevano una levigatura e una pulizia minuziosa dalle macchie lasciate dagli alimenti. Eh sì perché, oltre che per uccidere, pugnali e affini si usavano a tavola. Fino al XIII secolo infatti i cibi venivano serviti già tagliati e, per infilare carni o vivande solide, i commensali utilizzavano le lame personali, le stesse impiegate nella caccia o durante i combattimenti. Per intenderci, Caio uccideva Tizio con una pugnalata poi andava a pranzo e, con lo stesso coltello, infilzava una bella coscia di pollo arrosto. Ecco anche spiegata la ragione per cui, oggi, i coltelli sono generalmente a punta tonda: fino all’inizio del ‘600 l’estremità della lama era aguzza, perché serviva appunto per infilzare il cibo e portarlo alla bocca.

Comunque, la prima vera e propria industria di coltelli è documentata in Italia in quel di Firenze, a partire dal 1244 dove, insieme alle forbici, si esportavano coltelli nell'Impero Bizantino e si ricevevano ordinazioni da parte della corte pontificia. Nel Rinascimento, con il migliorarsi delle tecniche di lavorazione dell’acciaio, la coltelleria italiana conobbe grande splendore grazie ai laboratori del Ducato di Milano e della Repubblica di Venezia.

Lo sviluppo delle tecniche di combattimento a cavallo favorirono l’ascesa dell’uomo armato e i cavalieri si specializzarono in tutti gli scontri con ogni tipo di arma. Feroci tornei a cavallo, con profusione di morti e feriti, caratterizzano, insieme alle cacce, il passatempo preferito del signore medievale fino al secolo XIII e degli inizi del XIV. Dalla metà del Trecento l’uso più frequente della spada a due mani determinò l’inizio di una prima tradizione della scherma (sec. XIV-XV), allora basata prevalentemente sulla potenza. Va però precisato che la spada nacque come diretta evoluzione del ben più antico pugnale (ricordate? I rudimentali esemplari in selce del cavernicolo Grunt, quello della clava…) verso la fine del II millennio a.C., all’epoca della civiltà egeo-micenea. Erano spade molto sottili, dalla lunghezza ragguardevole (fino a un metro di lama) e che già all’epoca tendevano a essere abbellite con pietre ed eleganti cesellature. Lama ed elsa erano in bronzo, a quei tempi.

Lame e affini quindi si diffondono dal bacino Mediterraneo Orientale in tutta Europa. Attorno all’VIII-VII secolo a.C. vennero introdotte dai Celti, in Illiria e in Borgogna, le prime spade di ferro. Proprio i Celti, in particolare quelli della civiltà di La Tène, utilizzavano un particolare tipo di spada abbastanza lunga e spuntata, che andava usata unicamente di taglio. Gli opliti greci erano invece soliti impugnare spade corte a doppio taglio e, proprio dall’evoluzione di queste ultime, venne introdotta a Roma, dopo la battaglia di Canne, la corta spada usata sia di taglio che di punta, il gladio, in dotazione ai legionari, mentre gli equites usavano le spathae, assai più lunghe.

Con le invasioni barbariche e per tutto il Medioevo, l’uso della spada ebbe ancora una maggiore diffusione a causa del significato sempre più mistico e magico che le veniva conferito. Vi era infatti la tradizione di conservare reliquie sacre sul pomo a forma di croce, che ebbe larga diffusione in quell’epoca. Per questi motivi la spada era usata nella singolar tenzone per conferire il “giudizio di Dio”.

Nei miti dei popoli germanici abbondavano riferimenti sulla natura magica o ultraterrena della spada: nel più importante poema epico, Beowulf, veniva menzionata Hrunting, antichissima e famosa per non aver mai fallito un colpo, appartenuta a un certo Unferd, mentre la spada di Beowulf si chiamava Nagling. Nella Chanson de geste del ciclo carolingio importantissima è, nella Chanson de Roland, la spada Durlindana. La tradizione narra che fosse stata consegnata al paladino da Carlo Magno che, a sua volta, l’avrebbe ricevuta da un angelo con l’incarico di donarla al più valoroso tra i suoi cavalieri. Essa era di un acciaio tanto temprato da rendere impossibile a Rolando, in punto di morte, di distruggerla per non farla cadere nelle mani degli infedeli. La spada infatti era custode, nel pomo, di sacre reliquie capaci di conferirle un potere divino: un dente di San Pietro, il sangue di San Basilio, i capelli di monsignor Dionigi e persino un lembo della veste della Vergine Maria.

Ma spade, lame, coltelli, pugnali quali dinamiche lesive provocano su chi ne è rimasto o ne può rimanere vittima? Dal campo storico-narrativo facciamo un cenno all’ambito medico-legale. Tutte le ferite da arma bianca rientrano nell’ambito delle lesioni da energia meccanica e sono di aspetto differente: da punta, da taglio e da punta e taglio, a seconda che lo strumento offensivo agisca con un’estremità acuminata, il filo della superficie tagliente o entrambi, come si verifica nei coltelli appuntiti. Nelle lesioni da arma bianca prevale l’estensione in superficie anziché in profondità e, se si volessero riassumerne le forme tipiche, le potremmo classificare in quattro grandi gruppi: ferite da difesa (nella vittima, nel tentativo di porre resistenza all’aggressione); ferite da svenamento (indicative di suicidio nelle zone auto-aggredibili come polsi o regioni inguinali); ferite da scannamento (recisione delle "canne del collo", laringe e trachea); ferite da sventramento (squarcio della parete addominale con fuoriuscita di visceri).

A questo punto, possiamo dire che non esiste un evento, storicamente determinante, che non sia stato legato a fatti d'arme. Le armi bianche furono strumento e simbolo, tanto da accompagnare l'uomo o il guerriero anche nella sua ultima dimora. Dagli scavi di tombe proviene infatti il materiale più significativo e superstite delle culture e dei popoli che investirono l'Europa in grandi migrazioni.

Nel Medioevo, determinati armamenti furono prerogativa del ceto nobile, all'interno del quale si riflettevano notevoli differenziazioni di rango nel corredo bellico. Le masse popolari invece utilizzavano armi e attrezzi a seconda del bisogno, ma forgiare armi o i loro componenti non era un mero fatto artigianale o solo un contributo economico al proprio o altrui sostentamento: significava partecipare in modo più diretto alla vita della propria città e avere la possibilità di inserirsi nel grande commercio internazionale di armi, sempre in fermento.

Allora, chi di voi vuole cimentarsi in un duello all'arma bianca? 



martedì 28 luglio 2015

Effetto Domino di Edy Tassi - La mia recensione

Autrice: Edy Tassi
Genere: Erotico Contemporaneo
Ambientazione: Italia, Lago di Como
Editore:Harlequin/Mondadori coll. Harmony Passion, luglio 2015, pp. 312, €10,97
Livello sensualità: Molto Alto
Disponibile in Ebook: Sì, euro 6,99
Trama: nascosta dietro l'obiettivo della macchina fotografica, Gloria è sicura di essere intoccabile. E invisibile. Di poter scegliere lei ogni mossa, anche con gli uomini. Seducendoli, amandoli senza inibizioni, e poi lasciandoli prima di poter provare emozioni troppo intense. Prima di poter soffrire. Ma nessuno può sfuggire alla propria storia. E quando il passato la chiama con forza dall'Africa alle sponde scintillanti del Lago di Como, Gloria comincia a seguire le tracce di una verità scomoda, di una storia familiare misteriosa e affascinante. Al centro di tutto c'è l'enigmatica e imponente Villa Visdomini. e un uomo, Marco, che è tentazione pura, pericoloso come il fuoco che divampa tra loro. Questa volta Gloria non può più nascondersi.


Sono sulla strada che porta da Como a Cernobbio. Si susseguono, senza sosta alcuna, curve e scorci improvvisi di un paesaggio suggestivo, che entra sotto la pelle. Come se lo avessi già visto in un momento preciso della mia vita o, forse, in una vita passata. Poi alzo gli occhi e, tra i folti cespugli di oleandri dai fiori rosa e fucsia, tra le foglie lucide delle magnolie, la vedo.


Villa Visdomini è lassù, così reale nel mio immaginario di lettrice che posso toccarla con mano. Posso aggirarmi nelle sue stanze, passeggiare nel suo giardino; posso respirare i profumi intensi dei fiori, dell’erba perfettamente rasata, posso riposare all’ombra degli alberi secolari. Ma non è il riposo ciò che cerco e non sono sorpresa quando, tra i cespugli, appaiono Gloria e Marco, i protagonisti del libro. Non li sto spiando, sia chiaro. Voglio solo godermi ancora la loro bella e sofferta storia d’amore.

Effetto Domino, il nuovo libro di Edy Tassi, ha questo magico potere: offre al lettore un viaggio tra visioni sensuali, segreti da svelare, personaggi descritti tanto bene da sperare di incontrarli per strada. Ballando col Fuoco, il suo primo romanzo è stato un assaggio, uno stuzzichino che ci ha fatto venire l’acquolina in bocca, un libro con il ritmo e l’andamento di una danza classica. Lento dapprima, poi acceso dalla passione. Effetto Domino è un tango sensuale, cadenzato, che colpisce al cuore già dalle prime pagine. Stuzzica, coinvolge, rosso e vivido come la danza argentina.

I protagonisti sono un uomo, una donna, l’eros e i sentimenti. Tutti coinvolti in modo diverso in una vicenda umana che affascina, coinvolge e spiazza il lettore. L’autrice mette a nudo vicende del passato, segreti e debolezze umane con una delicatezza e una chiarezza che stupiscono, che coinvolgono. Ma la penna di Edy Tassi ha scritto tante righe, ha fatto tanta strada e sa esattamente dove ci sta portando.

La vita è solitudine, è isolamento. Ne sa qualcosa Gloria Montanari, fotografa. Attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica assiste alle vicende della vita, tenendosi in disparte. Non si mette in gioco, lei che del gioco d’azzardo è una vittima indiretta, lei che si è lasciata trascinare come una banderuola dal padre, su e giù per un continente che non è la sua patria e mai lo sarà. Perché un pezzo del suo cuore è in Italia, sul lago di Como. Solo che lei non lo sa ancora e, quando decide di andare a cercare le proprie origini, scoprirà un mondo fatto di emozioni, sentimenti e legami che non sospettava, né immaginava. Gloria tenta di nascondersi nel buio di una stanza, tra le lenzuola stropicciate dal sesso. Illusa. Qualcuno la scoverà, perché la vita ci trascina, implacabile, verso il nostro destino.

In questo viaggio per ritrovare le sue origini incontrerà figure del passato ormai irraggiungibili e persone vive, reali, che la colpiranno al cuore. Buone o cattive, la strapperanno in modo definitivo a quell’apatia dei sentimenti in cui si è crogiolata fin troppo a lungo. Sarà Marco Galbiati, pur senza rendersene conto, a tessere la tela destinata a imprigionare questa donna e noi lettori saremo le altre vittime di questo intreccio che incalza, che non lascia tregua fino alla parola fine.

Il titolo è più che azzeccato: potete quasi sentire il tic, tic, tic delle tessere che cadono trascinate dalla prima, caduta mentre state leggendo la prima pagina del libro. Così è la vita, la vita vera. Così è questo romanzo, più vero del verosimile e solo quando Marco e Gloria usciranno allo scoperto, avranno il coraggio di tornare alla luce sotto l’obiettivo mettendosi in gioco per davvero, tutta la vicenda acquisterà senso e prospettiva. Il lieto fine è scontato in questo tipo di romanzi, ma non è scontata la strada lungo la quale Edy ci accompagna, con una scrittura asciutta, pulita e immaginifica. Un lieto fine che vi farà chiudere il libro con quel pizzico di nostalgia, che si prova quando un amico ci lascia per un viaggio e del quale si attende, con trepidazione, il ritorno. Il cuore in gola, gli occhi lucidi.

Brava Edy. Avevo detto che era nata una stella. Oggi non posso che darvi la conferma che quella stella si è conquistata un posto di tutto rispetto nel nostro angolo di cielo, tutto italiano.

mercoledì 1 luglio 2015

ROMA 46 DC - VENDETTA di Adele Vieri Castellano




Un grazie di cuore alla mia carissima amica Francy della Rosa che mi ha fatto questo bellissimo regalo. Ovvio, lo ha fatto anche a tutte voi lettrici. Buona visione!



 

mercoledì 24 giugno 2015

Torna la serie Roma Caput Mundi - in self-publishing solo su Amazon & Kobo


Titolo: Roma 46 d.C. Vendetta
Autrice: Adele Vieri Castellano
Genere: Romance Storico
Ambientazione: Roma antica
Pubblic. Italiana: AVC Historiae, 30 giugno 2015 260 pagg.
Parte di una serie: sì
Livello sensualità: medio
Disponibile in ebook: Solo in ebook, € 4,99
Cartaceo in uscita il 15 luglio 2015  

Tornano i miei romani il 30 giugno 2015 con un nuovo episodio della serie Roma Caput Mundi. Questa volta sarete di nuovo nella capitale del mondo, a Roma, visiterete Ostia antica per poi inoltrarvi nelle folte, impenetrabili foreste dei territori dei Marsi, in Abruzzo.

Torna Marco Quinto Valerio Rufo con i protagonisti dei libri precedenti: Brinnone, Tassus, Ancilla, Giulia Urgulania, Tantile e altri nuovi, che non conoscete ancora ma sono sicura troveranno un posto nel vostro cuore. Torna soprattutto Arash Tahmurat, l'arciere siriano che abbiamo  incontrato in Roma 42 d.C. Cuore Nemico. Questa volta tocca a lui trovare l'amore, quello con la A maiuscola. Ma la vera protagonista di questa storia chi sarà? A voi scoprirlo... 

 
TRAMA: contraccambiare il male ricevuto con il male peggiore. Questo è ciò che ha spinto un uomo misterioso a compiere l’atto più nefando. Marco Quinto Rufo questa volta non dovrà combattere guerre, né affrontare feroci barbari ai confini dell’Impero perché la vendetta ha bussato alla sua porta e pretende un tributo di sangue. Non il suo, né quello di sua moglie ma quello di un essere indifeso che il vile, oscuro, nemico gli ha sottratto. Lui che non teme nulla e nessuno dovrà affrontare il Male Supremo, faccia a faccia, in una partita a due che avrà un solo vincitore ma non un solo protagonista. Perché in quei giorni oscuri e terribili di sofferenza, l’amore riuscirà a sconfiggere l’odio e un suo germoglio nascerà nel cuore dell’arciere siriano Arash Tahmurat… 


Scr. Castra di Mogontiacum m. november a.U.c. 794 (41 d.C.)

Gneo Cornelio Fusco a Publio Cornelio Magno salutem dicit!

Caro zio,

oggi mi è stato fatto un grave torto. Oggi qualcuno mi ha offeso, qualcuno che mi insultava già con la sola sua presenza al mondo, qualcuno che il nostro mondo non è pronto a ricevere né lo sarà mai. Di questo gesto infame sulla mia persona porterò i segni sul volto per il resto della vita ma questo segno inciso, che vedo riflesso nello specchio, altro non è che la fonte della mia vendetta, l’origine del male che la colpirà.

Zio, mio caro zio.

Sappi che l’ira non è la sola conseguenza dell’ingiuria e io ho subito la peggiore e la mia ira altro non è che il desiderio di contraccambiare il male ricevuto con il male peggiore. Io avrei voluto nutrire questo seme, io avrei voluto schiacciarla come il più vile scarafaggio ma lei arriverà a Roma con la bella stagione e lì dovrà pagare il conto, lì pagherà con la vita. La sua vita inutile. Io, che sono nato nel sangue dei Cornelii, io che ho respirato le stragi della nostra famiglia, io che ti ho visto gioire davanti al sangue versato dei nostri nemici. Io sono tuo figlio, io sono stato offeso e questo sangue a me strappato è anche il tuo.

Zio!

Sarai tu a realizzare la mia vendetta e già vedo nei tuoi occhi brillare una luce e so che quella luce è la stessa che brilla nei miei. Vedo le tue mani stringersi a pugno e poi aprirsi per ghermire il collo fragile, maledetto, che si spezzerà nella tua morsa, troppo debole per opporsi alla tua furia. Zio, vedo una fossa piena di sangue. Che spettacolo meraviglioso!

Ne gioisco perché so che anche tu la vedi anzi, so che vorresti trasformare quella fossa in lago e quel lago in fiume scarlatto. Zio, caro zio, la mia ira diventerà la tua ferocia! Metterai il tuo piede sul suo cadavere e ti vanterai di questa impresa.

Zio, il mondo non sarà lo stesso finché non pagherà e ogni goccia del suo sangue muterà la mia smorfia in risata. Tu vibrerai il fendente e sarà come se lo facessi io. Ti manderò sue notizie al più presto, saprai il nome, il quando e il come e fino ad allora, vigila in silenzio.

Cura ut valeas!

Gneo



Scr. Roma, m. november a.u.c. 794

Publio Cornelio Magno a Gneo Cornelio Fusco a salutem dicit!

Caro nipote,

ho organizzato tutto! La baldracca germana morirà per mano di un sicario, la tua sofferenza verrà lavata dal suo sangue. Abbia fiducia, caro nipote. Ti informerò appena riceverò la lieta novella, abbi cura di te.

Vale!

Publio



Scr. Roma, m. aprilis a.u.c. 795 (42 d.C.)

Tito Lucrezio Licino a Gneo Cornelio Fusco a salutem dicit!

Caro amico Cornelio Fusco,

è con grande dolore che ti comunico la funesta notizia della morte di tuo zio Publio Cornelio Magno, avvenuta per mano di un ausiliare batavo di nome Quinto Decio Aquilato. Or dunque, chi è questo Aquilato? Un selvaggio, una nullità che si proclama fedele a Roma.

In senato mi sono sentito in diritto di ruggire, per chiedere ai miei illustri colleghi la sua testa, ma cosa credi sia accaduto? Nulla, che io sappia.

Oggi ho scoperto che è sparito, volatilizzato e che nessuno sa più dove sia. Dicono che sia stato prelevato e portato fuori città in un luogo segreto. Ma io credo di sapere chi ha tramato per costringere il Sommo Principe Claudio al perdono di quel rifiuto, di quella mentula di merda batava: è Marco Quinto Valerio Rufo! I suoi accoliti sono ovunque, quell’uomo è potente a tal punto che una sua parola ha reso il nostro Principe suo succube e ha valso la salvezza al vile barbaro. Io... sono... scandalizzato, Cornelio Fusco!

Che ci sta succedendo, visto che permettiamo a volgari selvaggi di agire a loro piacere e trucidare illustri cittadini romani in casa loro? Come ha osato compiere un atto del genere? La lingua latina non contempla sufficienti epiteti ingiuriosi con cui catalogare questo infame! Fammi sapere cosa intendi fare, io sono non solo indignato ma disposto a qualunque mossa pur di vendicare questo ignobile gesto.

Vale!

Tito



Scr. Castra di Mogontiacum m. maius a.u.c. 794

Gneo Cornelio Fusco a Tito Lucrezio Licino salutem dicit!

Caro Tito,

la funesta notizia mi è giunta poco prima della tua lettera. Sono troppo sconvolto per dilungarmi, non riesco a trovare parole, né di dolore, né di disgusto per ciò che è accaduto. Come posso sopportarlo?

Come posso sopportare questo insulto alla mia persona, alla mia famiglia, al mio essere profondamente romano? Sì, come posso sopportarlo? Mio zio, uomo stimato e retto, trucidato da un barbaro. Un volgare essere che non merita neppure di leccargli le suole dei sandali. La mia mano trema anche solo nel scrivere questa parola: barbaro.

Come se non bastasse, insieme alla tua lettera, mi è arrivato il dispaccio del divino Cesare che mi ordina di partire con la mia legione, alla volta della Britannia. Non avrò nemmeno l’onore e la possibilità di piangere il sepolcro del mio adorato zio!

Non poserò mai più gli occhi su di lui e forse neppure sulla sua pietra tombale. Non è giusto e io ardo come un fuoco perpetuo, urlo la sola parola che potrà lenire questa mia ferita sanguinante.

Vendetta.

Vendetta e ancora vendetta, solo questo. E sarà terribile, amico mio.

Terribile.

E tanto più dovrò aspettare in quelle lande desolate e lontanissime, tanto più la mia vendetta sarà spietata. Il mio sfregio, questa cicatrice che sfioro ogni sera e che segna indelebile il mio volto mi ricorderà ogni giorno, ogni istante il mio scopo.

Vendetta.

Rufo pagherà fino all’ultima goccia di sangue perché è lui la vera, sola vergogna di Roma.

Vendetta, solo questo dico e penso, solo per questo vivrò.

Vale!

Publio



lunedì 1 giugno 2015

Editing, correzione di bozze... questi sconosciuti

Sento molto parlare di editing e correzione bozze. Sarà perché ho un udito molto fine, perché se ne parla troppo e a volte a sproposito o perché sono termini che derivano dal latino? Il verbo edico, -is, -dixi, -dictum, -ere significa infatti proclamare, ordinare, annunziare e la parola editor definiva, nell’antica Roma, colui che produceva un testo. Prendo quindi spunto dai romani per spiegarvi la differenza sostanziale di queste due attività che dovrebbero, e il condizionale è voluto, svolgersi su ogni manoscritto che si appresta a conoscere gioie e dolori della pubblicazione.

A volte sono attività intrecciate o sovrapposte, altre volte sono indipendenti l’una dall’altra ma attenzione, non è possibile improvvisarsi professionisti, anche se studi umanistici sono di sicuro un ottimo punto di partenza. Ci vuole esperienza e tecnica, perché mettere mano a un testo, interpretare il pensiero e lo scrivere di un autore, intervenire in modo non invasivo per farne emergere lo stile, richiede una formazione molto solida. «Ma io leggo tantissimo, conosco bene la lingua italiana, trovo la maggior parte dei refusi. Quindi posso fare editing.»

Non illudiamoci, non funziona così.

Perché? Perché padroneggiare ogni registro linguistico non è semplice, così come non lo è capire quando il testo, da semplice elenco di parole, diventa una melodia durante la lettura. Esso deve scorrere in modo tale che, sistemate le consecutio temporum, la punteggiatura, l’ortografia, assonanze e ripetizioni, se ne ricavi l’impressione che non potrebbe essere scritto in nessun altro modo, senza tentennamenti, né stonature. Ogni singolo termine è una scelta precisa, mai casuale e ricordiamo che un buon editor è fondamentale per il successo di un libro. 

Maxwell Perkins e Saxe Commins, mai sentiti? Ve li presento: il primo è stato il grande artefice del successo di Francis Scott Fitzgerald e di Ernest Hemingway, editor capace di trasmettere a questi due grandi della narrativa mondiale la disciplina e la forza necessarie per
Maxwell Perkins
portare a termine i loro manoscritti. Cummings invece è colui che permise alle opere di William Faulkner di vedere la luce. Pensate che quando Perkins morì, nel 1947, Hemingway ebbe una profonda crisi produttiva, ed è forse proprio a causa della sua morte che tante opere di questo scrittore sono rimaste incompiute. In quegli anni il lavoro di queste fondamentali figure si svolgeva in perfetta armonia con gli autori. Bei tempi, direte voi. Finiti, dico io.


Dunque, veniamo al sodo.

Prima di tutto, quando un manoscritto arriva in redazione per essere editato, viene adeguato alle norme redazionali, ovvero le regole che uniformano tutti i testi. Il Normario Redazionale, per capirci. Un esempio? Alcune CE scelgono per i dialoghi i caporali, altre le lineette. Queste regole servono in un certo qual modo a caratterizzare lo stile di una CE e l’intervento, in gergo, si chiama cucina editoriale. Poi si passa all’editing che, in generale, significa fornire all’autore gli strumenti necessari per capire e usare meglio le tecniche della scrittura creativa, analizzando e compiendo un lavoro all’interno del testo stesso con correzioni, suggerimenti e annotazioni. Risultato: un testo che aiuti l’autore a comprendere, approfondire, applicare le indicazioni ricevute per riscriverle, potenziate dalla nuova conoscenza.

La correzione bozze (o Proofreading) significa infine esaminare con estrema cura un testo, per far sì che nessuna imprecisione sfugga. Può farlo anche un professore di lettere. Qui si cercano gli errori grammaticali e i refusi, ci vuole occhio di lince e due o tre ri-letture. Ricordatevi che il correttore di bozze non è il tasto di correzione automatica di cui si fa grande uso:  non si può sostituire in alcun modo lo sguardo umano.

Esempio per chiarire meglio la differenza tra queste due attività: l’editor deve correggere una data storicamente sbagliata o errata nel contesto del libro, il correttore deve preoccuparsi che sia scritta in modo corretto.

Questo l’antipasto, ora approfondiamo le portate.

Il Content Editing (o Developmental Editing) si occupa del libro nel complesso, in questo caso si lavora soprattutto su trama e personaggi. Esso deve fornire consigli e informazioni per correggere/modificare il testo o per suggerirne modifiche. Chi fa questo tipo di editing dovrebbe avere una buona conoscenza del genere (giallo, romance, fantascienza ecc.) e la capacità di rendere la storia coerente, insomma più l’editor è esperto più potrà esservi d’aiuto. Interagisce con il Line Editing, intervenendo sul testo con consigli tecnici per scrivere al meglio i dialoghi, mostrare i dettagli importanti, descrivere in modo efficace, scegliere e utilizzare in modo adeguato il POV dei personaggi per determinare quello più adatto in quel preciso momento del racconto.

Il Line Editing analizza il testo riga per riga. Il suo obiettivo? Perfezionare la tecnica narrativa, molto più di quanto non abbia fatto il Content Editing puro. A volte è quasi la totale riscrittura del libro e in questo caso le modifiche saranno pesanti. Verranno riformulate frasi per migliorarne chiarezza e flusso, spariranno le ripetizioni, i paragrafi troppo contorti, l’uso eccessivo del passivo, tanto per fare qualche esempio. In questa fase capita persino di riorganizzare i capitoli, i sottotitoli e i titoli, per renderli più accattivanti, divertenti o drammatici. Si modificano anche le parti dove l’autore diventa polemico o troppo introspettivo, dove usa termini troppo gergali. Un Line Editor esperto saprà formulare le giuste proposte per risolvere i problemi del manoscritto e aiuterà l’autore a trovare la sua voce, perfezionando la visione d’insieme.

Il Copy Editing si sovrappone parzialmente al line editing e alla correzione di bozze ed è quello che, in sostanza, si fa di solito nelle CE italiane. Perché? Perché gli editori hanno scoperto che il grande pubblico non è in grado di distinguere un libro scritto male da uno scritto molto bene e, di solito, nota solo i refusi o la grammatica zoppicante.

Concludendo, la revisione editoriale, per usare un termine nostrano, è un’operazione che richiede amore per il testo e una buona cultura ma purtroppo tende sempre più ad essere identificata con la pura e semplice correzione di bozze. Nei paesi anglosassoni sono un po' più seri: quando parlano di editing, infatti, si riferiscono a una completa revisione, mentre qui in Italia si abusa di questa parola usandola a propria convenienza. 

Nei paesi anglosassoni vengono editati anche autori importanti e questi accettano la revisione. Ovvio, direte voi. Mica tanto, rispondo io perchè qui da noi gli scrittori (anche gli scribacchini) gridano al sacrilegio quando qualcuno osa trovare un difetto ai loro capolavori. Una spiegazione ce l'ho per queste prese di posizione, spesso imbarazzanti. L'autore è innamorato così tanto di quello che scrive (manoscritto = figlio) che questo amore gli impedisce di vedere gli errori e le imperfezioni che commette. 

Autori siate più umili, accettate i consigli, le critiche di chi vi corregge con cognizione di causa. Esse sono costruttive, vi aiuteranno e potete accettarle anche voi se lo facevano Fitzgerald, Hemingway, Faulkener... O no?

Concludo con una constatazione piuttosto amara: la maggior parte delle CE italiane non usa più gli editor (costano) e il pubblico è considerato una massa ottusa e poco attenta. Se lo fanno spesso usano brillanti universitari che sanno tutto (e non sanno niente) e sono pagati una miseria.

Mannaggina, vuoi vedere che fare l'Editor non è poi un mestiere così facile? Pensate che è anche pericoloso, visto che sono quasi estinti come le tigri. 

Groarrrrrrrrrrrrrrr!