giovedì 7 maggio 2015

Vladimiro il vampiro e l’acqua calda

Niente di nuovo sul fronte occidentale. Sì, lo so, è un vecchio refrain ma funziona sempre. Dai, su, chiedetelo: cosa c’entra il conte Vlad Tepes con l’acqua calda. Avete idee? Sì? No? Nessuna? Ve lo spiego. In letteratura sono millenni che non c’è niente di nuovo. Spesso con le mie amiche autrici ci arrovelliamo su quello che ha scritto questa, su quello che starà scrivendo l’altra, preoccupate di plagiare o essere plagiate. Tranquille, ragazze. Come dicevo, non c’è niente di nuovo.

Prendiamo un esempio abbastanza recente: Stephenie Meyer che, con la saga di Twiligth, ha ri-lanciato la moda dei vampiri. L’idea del libro pare le sia venuta in sogno. Ebbrava la nostra Steffy. Peccato che in Twilight non ci sia nulla di nuovo: streghe, vampiri e lupi mannari si aggirano tra gli umani da millenni. Le streghe, soprattutto nell’antica Roma, avevano una larga diffusione e possedevano diverse proprietà magiche. Il nome saga, che definiva queste donne brutte e vecchie, è indicato in un’antica iscrizione rinvenuta sull’Esquilino, nel 1718 (custodita oggi nel Museo Epigrafico Maffeiano di Verona).

È Cicerone che, in un brano del De Divinatione (I, 65), ci spiega l’accezione di questo nome derivato dal verbo sagire, che significa “avere buon fiuto”. Le sagae, infatti, pretendono di sapere tutto e in anticipo (da cui il verbo pre-sagire, ovvero anticipare il futuro). Ma i nomi per indicare le streghe a Roma sono tanti e indicano o la strega in generale, o una particolare forma di stregoneria: saga l’indovina, venefica l’avvelenatrice, anus la vecchia e strige, da cui deriva il temine moderno strega.

Esso designa le donne che hanno la capacità di trasformarsi in uccelli, forse deriva dal verbo stridere, il verso che fanno di notte. In latino con strix si identificano i rapaci notturni, oggi è il termine scientifico usato per classificare gufi, barbagianni, civette. Le strigae non si limitano a mutare forma o a volare nell’oscurità, vanno a caccia di bambini a cui succhiare il sangue e strappare le interiora con gli artigli. Per questo, sui dizionari latini, il termine strix è spesso tradotto anche con vampiro. Se volete conoscere meglio questi esseri mutaforma e succhiasangue, leggetevi un passo di Ovidio dei Fasti (VI, 131-168). 

Le strigae non sono cadaveri immortali, ma hanno trasmesso ai vampiri moderni la ferocia con cui succhiano il sangue e la capacità di tramutarsi in animali notturni volanti, i pipistrelli. Esseri mostruosi, creati per spiegare le morti di bambini e neonati che, nel mondo antico, avvenivano di frequente. Dolore e superstizione hanno fatto sì che queste tradizioni si tramandassero. Stessa cosa in Grecia per il caso di Mormò, donna di Corinto trasformata in mostro dopo aver divorato i propri figli. Il suo nome deriva da mòrmoros, paura, perché terrorizzava i bambini mormorando il proprio nome.

In ordine cronologico e più volte per secolo, la moda dei vampiri ritorna: John Polidori con Il vampiro (1819), J. Sheridan Le Fanu con Carmilla (1872), Jules Verne e Il castello dei Carpazi (1892), Bram Stoker con Dracula (1897), Sir Arthur Conan Doyle e Il vampiro del Sussex (1924), Richard Matheson Io sono leggenda (1954), Stephen King con Le notti di Salem (1975), Ann Rice Intervista col vampiro (1976), George R. R. Martin Il battello del delirio (1983) e potrei continuare fino ai nostri giorni. Steffy, gioia, non hai sognato un proprio un bel niente. 

E l’erotico? Oggi di nuovo di gran moda in tutte le sue declinazioni: tradizionale, BDSM, M/M, F/F, sopra, sotto, avanti, indietro. Niente di nuovo nemmeno qui. Sono secoli che in letteratura si parla di pornografia, si vuole scandalizzare, esagerare, legare, frustare, si sodomizza pure, con discreta e appagante soddisfazione del lettore. Anche qui potrei farvi una lista lunga un chilometro o due, citandovi greci e romani. Vi risparmio, vi capisco. Signora E. L. James, per piacere, non si dia arie, questa è l’acqua calda. Anche lei ha scopiazzato qua e là, senza pudore. Ho notato però che le scopiazzature sono sempre più noiose, prive di approfondimenti, avanzi di briciole di genio letterario. Si va verso la semplificazione. Lui, lei, il vampiro, il sadomaso, punto. Fine.

Mi intristisco quando sento lettori che urlano al fenomeno, che divorano pagine e pagine noiose, scribacchiate, prive di sostanza o approfondimento, anche romanzesco. Sono sterili questi racconti, ridotti al minimo. Minimo sforzo, sostenuto da un sagace marketing. Queste favolette insipide, condite di sesso e vampirismo, hanno successo perché vanno a toccare ciò che abbiamo stampato nel codice genetico: sesso, paura, mistero e, alla mancanza di sostanza, supplisce la pubblicità martellante. Alla fine, prendono per sfinimento anche coloro che non volevano saperne. Come i mass-media, anche gli scrittori sono diventati pressapochisti e superficiali. 

In letteratura è lo stesso. Steffy, mia cara, uno dei principi cardine della narrativa è il conflitto. Senza conflitto non c’è storia, se il drago non rapisce la principessa non c’è niente da raccontare. Vi siete mai chieste dov’è il conflitto in Twilight? Bella è caruccia, intelligentuccia (le femministe di tutto il mondo hanno gridato allo scandalo) timiduccia, insomma, è una qualunque. La nostra eroina riuscirà ad abituarsi alla vita nell’uggiosa, grigia, piovosa, cittadina della provincia americana? Riuscirà a farsi nuovi amici? Sarà accettata? Ecco il perché del disagio che si prova (non tutti, qualcuno) leggendo Twiligh: non c’è conflitto perché la Meyer non è interessata a raccontarlo e risolve il problema più o meno a pagina quaranta. Bella ha già conquistato qualche amica, ha quattro spasimanti-sbavanti (scusate la rima), tra i quali il più figo, il più ricco e guarda caso, il più vampiro di tutta la scuola. Finita qui. Twilight non è narrativa, è pornografia letteraria. La pornografia è la concretizzazione delle fantasie erotiche, il suo fine principale è quello di indurre in uno stato di eccitazione sessuale con le immagini. Insomma, avete capito il senso.

Idem la serie delle Cinquanta Sfumature, non è un caso che sia nata una “costola” di Twilight. Niente conflitto neppure qui. Anastasia e Mr. Gray sono pornografici, non perché per tutto il libro giocherellano (per finta) con il BDSM, ma perché inducono alla sola eccitazione pornografica e tutto è risolto nelle prime pagine, quando la nostra –uccia Ana inciampa sulla soglia dell’ufficio di MrGray: lui se ne innamora e stop, fine.

Nel fantasy Harry Potter è il trionfo del fantastico ma non possiede nulla di originale. A Harry va sempre tutto bene, con pochi sforzi. All’inizio fugge da casa solo, di notte, senza soldi, espulso da Hogwarts. Cosa farà per cavarsela? Niente. L’autobus magico lo raccoglie, il Ministro della Magia lo perdona, gli offre vitto e alloggio, tutto nelle prime pagine. Il mondo ai suoi piedi, comprese le leggi della fisica. L’unico che, fin da neonato si oppone a Voldemort, il mago più malvagio che ci sia. Dico io, visto che c'era ed era un mago potentissimo, non poteva prevenire tutto soffocandolo con un cuscino? Non c’entra che sia un romanzo per adolescenti, qui sta il successo della Rowling, come per i personaggi di Moccia, tanto per giocare in casa. Tutto facile, senza il minimo sforzo intellettuale.

Il Marchese de Sade non era solo un pervertito ma anche un “dispregiatore delle leggi, il liberatore del sesso, il ribelle” (Maurice Heine, 1884-1940) e nei suoi scritti, oltre alla pornografia, si leggono dichiarazioni rivoluzionarie su religione, morale, politica. Infatti passò in prigione buona parte della vita.

Purtroppo niente di nuovo sul fronte occidentale e sono preoccupata: le novità si inaridiscono, proprio come le vittime dei nostri succhiasangue. Sempre più stringate ed essenziali e, in questo caso, per me è un difetto. Che noia, che barba, che noia.  

venerdì 17 aprile 2015

Come pubblicare un libro e soffrire il meno possibile...

Emozioni. Tutti proviamo emozioni, trasformare le nostre sensazioni in segni o grafia è un atto ancestrale, precedente all’invenzione della scrittura: l’uomo di Cro-Magnon, sulle pareti della grotta dei Balzi Rossi a Ventimiglia, disegnò bufali, bisonti, cervi. In quelle pitture celebrava l’ansia, la paura, l’euforia della caccia. Nel suo modo primitivo di esprimersi, faceva parlare la sua anima e  comunicava con gli altri. Poi è arrivata la scrittura e i sentimenti, la gioia, il dolore sono diventate parole, testi, poesie. Essa non è solo un mezzo di comunicazione. È qualcosa di profondo, intimo ma dal semplice diario al romanzo, molta acqua scorre sotto i ponti.

Detto questo, tutti hanno una storia da raccontare. Ci innamoriamo delle parole, soprattutto di quelle che abbiamo scritto noi e il manoscritto, su cui abbiamo sudato per molte notti e molti giorni, è più di un parente prossimo: è un figlio. Per questo si scrive, per questo si ambisce alla pubblicazione e chi dice che non scrive per gli altri ma per se stesso mente, non sapendo di mentire. Nell’esatto istante in cui ha preso la penna in mano sa già che, prima o poi, qualcuno leggerà il suo intimo sentire, trasferito sulle pagine. Chi scrive, chi disegna, chi scava il marmo o modella la creta. Tutti lo fanno con un solo scopo: comunicare.

La carta è e resterà per sempre la testimonianza concreta di tutto questo, che sia di cellulosa o virtuale. Oggi con il self publishing è diventato facilissimo consegnare al mondo pensieri ed emozioni. Ma pare che esista ancora, prepotente e anelato dai più, il desiderio di essere pubblicati da una CE tradizionale. Desiderio più che legittimo, visto che vedere il proprio libro sugli scaffali delle librerie è davvero un’emozione unica.


Ma come si fa a pubblicare un libro? Quale sia la strada migliore o più rapida è scritto nelle stelle, quindi non lo sa nessuno. Direi che ogni manoscritto che arriva in una redazione segue un proprio destino, diverso e singolare. Andrà bene? Lo leggeranno? Perché non mi rispondono? Queste le domande, questi i miei suggerimenti, validi per tutte le pubblicazioni: cartacea, digitale o self-publishing.



Mandate il manoscritto a una casa editrice (CE) pertinente: niente gialli a chi pubblica saggi, niente storie d’amore a chi pubblica fantascienza e via dicendo. Sembra banale ma non lo è. Il “proviamoci lo stesso”, in questo caso, non ha senso. Vostro figlio finirà nel cestino, senza essere valutato. 

Classificate il vostro libro: fatelo rientrare in un genere commerciale. La maggior parte delle CE tende a eliminare i testi inclassificabili. Quindi cercate di capire in che genere può collocarsi il vostro manoscritto: romanzo storico, romance, chick lit, giallo con tutti i sottogeneri (noir, pulp, thriller, mystery, romantic suspense), fantasy, paranormal romance, young adult, horror, memoir e mi fermo qui ma voi no, voi indagate ancora.



Non dimenticate mai che con una CE tradizionale è condito sine qua non presentare un testo corretto, di buona qualità. Prima di tutto un testo con un font adeguato e credetemi, anche il font ha la sua importanza ed è fondamentale. Lasciate perdere il Comic Sans o l’Arial o il Cambria, usate un classico e non sbaglierete, il vecchio, abituale Times New Roman. Essere originali è un pregio, volerlo essere un difetto. Non spedite testi non giustificati a destra. Orrore! L’ordine innanzi tutto e imparate a usare le spaziature al posto delle tabulazioni (!) andate a capo con l’invio e NON con una serie di spazi vuoti, doppio orrore. Nei dialoghi, per cortesia, usate i caporali anche se non li trovate su word. Cercateli, la maggior parte delle CE li usa, fatelo anche voi.



Vedo già le vostre facce: ma dai, Castellano, tanto poi la redazione corregge. Vi faccio una domanda: voi andreste a un matrimonio vestiti di stracci? L’occhio vuole la sua parte e, per un addetto ai lavori, aprire un manoscritto e vederlo in “disordine” è un approccio negativo e non aiuta. E non ditemi: ma insomma, queste cose sono ovvie, le sappiamo a memoria. Non è vero. Ultimamente mi è capitato di mettere le mani su una serie di racconti e pochissime, delle aspiranti scrittrici, ha consegnato testi ordinati dal punto di vista grafico. Vi cito un proverbio, ma al contrario: l’abito fa il monaco, eccome!



La lingua italiana, questa sconosciuta. Voi invece dovete conoscerla come il palmo della vostra mano. Quando sarete famosi potrete fare come lo scrittore portoghese José Saramago, Nobel per la letteratura nel 1998 che, nel suo romanzo Le Intermittenze della Morte (2005), non usa né virgolette, né trattini, né a capo e, l’unica indicazione per l’inizio di una battuta, è data dalla maiuscola che segue la virgola. Non usa neppure i punti di domanda, né quelli esclamativi. La sua è una scelta consapevole, ha spiegato infatti che il suo è un tentativo di imitare il flusso della conversazione, così come si dipana nella realtà. Ma si possono stravolgere le regole solo se si ha ben presente cosa si sta facendo e perché e, comunque, attenzione: è tutto da dimostrare che i vantaggi superino i problemi e voi non avete ancora preso il premio Nobel.


Quindi un testo pulito, corretto ed efficace nelle tecniche narrative adottate e siate onesti: avete letto e riletto vostro figlio? Badate, non con l’occhio compiacente del genitore permissivo, che alle proprie creature concede tutto. Dovete leggerlo con l’occhio critico di colui che lo scopre per la prima volta. Ammetto, non è facile. Quindi dovrete darlo in mano a qualche amico? Conoscente? Parente? Lo zio Peppo, la zia Palmira, il cugino Simone, la mamma, Piero o la Giovanna o  Ernesto, o quel tipo che conosce mia sorella, grande professore all’università.

No, no e ripeto e che sia chiaro: no. Amici, parenti e altri “aficionados” non saranno mai sinceri. È più forte di loro, l’affetto, la stima, l’amicizia che vi lega non sortirà che complimenti entusiasti, dubbiosi o magari cauti, ma sempre lodi saranno. Non vogliono offendervi perché sanno che stanno parlando di vostro figlio e voi, dite la verità, glielo avete fatto leggere proprio per sentirvi dire: “ma che bello, ma come scrivi bene, io non sarei capace di mettere due parole in croce e invece tu… che genio!”. Forse non con cognizione di causa ma lo avevate sperato, eravate quasi certi che sarebbe finita così. 

E il professore di italiano? Chi meglio di lui può dirmi che mio figlio è un capolavoro? Attenzione anche qui: anche se hanno una laurea in lettere e anni di esperienza, ignorano molti dei criteri e degli standard adottati oggi dalle CE, ignorano il più spesso delle volte anche le tecniche della scrittura creativa. Finireste per ottenere un testo corretto solo dal punto di vista grammaticale che non è una bestialità, per l’amor di Dio, ma non basta.


Se dopo le lodi sperticate di amici e parenti avete spedito il manoscritto alla CE, seguendo almeno qualcuna delle indicazioni di cui sopra, non aspettatevi sempre e comunque una risposta. Quelli non sono vostri parenti (di solito), non sanno chi siete, non vi vogliono bene e del vostri sentimenti, che avete messo sulla carta, non gliene frega niente. Soprattutto sono professionisti che devono guadagnare e mi dispiace ma questa è la sola verità. Se la risposta la volete e sperate sia positiva, allora vostro figlio va prima messo in mano a un professionista qualcuno che sia imparziale, crudele, spietato come un assassino. Diciamo il vostro parente più antipatico, il professore più stronzo del liceo, l’amico insopportabile e saccente che riesce a far sembrare normale un participio. Oppure qualcuno che sia semplicemente, sinceramente, onestamente capace di dirvi la sacrosanta verità (scusate l'abuso dei -mente, ma qui ci volevano).

Fatto questo, fate riposare vostro “figlio” in un cassetto per un periodo di tempo più o meno lungo: quando lo riprenderete in mano voi stessi sarete più obiettivi e potrete ancora migliorarlo. Diventerete più critici perché, nel frattempo, siete cambiati perché la scrittura muta, è un divenire, magari avrete fatto un corso di scrittura creativa, avete capito che la rima sta bene solo nelle poesie, che il congiuntivo non è una malattia degli occhi e che la brachilogia non è un’affezione dei bronchi, ma una figura retorica e che gli avverbi sono inutili.

Ora non vi resta che aspettare e aspettare. Molte volte ho sentito queste frasi: "ma perché non mi pubblicano? Eppure scrivo bene! Eppure quella là ce l’’ha fatta e scrive come me. Insomma, ma cosa pretendono?" Come ho detto più sopra e che sia chiaro: gli editori non sono buoni samaritani, non sono vostri parenti e il loro indirizzo non è Lourdes. Non fanno miracoli, non trasformano uno scribacchino in uno scrittore, non vi faranno favori e devono guadagnare. Quindi, a meno che il direttore editoriale della CE a cui avete inviato il vostro manoscritto non sia un amico o un parente (capita, capita eccome se capita…), non sperate in un miracolo. La scrittura è sudore, sacrificio, lacrime e sangue.

Il resto della storia è tutta da scrivere e ricordate: se ricevete un rifiuto non sarà alla vostra persona,  alle vostre capacità o ai vostri sentimenti. Chi vi dice che ciò che avete scritto non va bene o è da cambiare, modificare, correggere, non è il vostro peggior nemico ma il solo amico che avete trovato, in quel mondo così facile da vivere che è la piaggeria. Il mio migliore amico è colui che mi stronca, con cognizione di causa. Ripetetelo allo specchio molte, molte volte, perché quel “no, non va bene” non vi deve mai offendere ma spronarvi a far meglio, a valutare con occhio critico vostro figlio, per studiare ancora e ancora ogni pagina, ogni parola.


Concludo, ma vi dico un'ultima cosa: la cattiva scrittura, qualunque criterio si adotti per definirla, qualche volta raggiunge la pagina stampata e la pubblicazione non la santifica. Nel corso degli anni mi è capitato di leggere di narrativa scritta male, errori, bestialità, obbrobri di ogni genere. Eppure quei libri erano là, sui famigerati scaffali di quella libreria in cui vorreste essere anche voi. Consoliamoci pensando che anche gli scrittori competenti ogni tanto sbagliano e così le CE e chi sceglie e decide di pubblicare un libro. In molti casi, quando un errore vistoso arriva fino alla pubblicazione, è perché la svista è oscurata dalla qualità dell’insieme. Molte volte ci sono altri motivi, più tristi e ovvi che non vi sto a citare. Non è questo il luogo, né avrei il tempo di farlo.

In bocca al lupo. 


martedì 31 marzo 2015

Implacabile ritorna in cartaceo


    Copertina flessibile: 322 pagine, euro 11,91
    Genere: Romantic Suspense
    Ambientazione: Roma, Italia
    Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform; 1 edizione (24 marzo 2015)
    Collana: 1# Legio Patria Nostra
    In E-book a 4,99 euro


    Oggi esce Implacabile, il primo libro della serie Legio Patria Nostra, in formato cartaceo. Lo troverete in vendita solo su Amazon, visto che è una auto pubblicazione. Perché questa decisione?

    EmmaBooks, la casa editrice digitale che ha lanciato la mia serie Legio Patria Nostra nel giugno del 2014 possiede, con una scelta che lascia la massima libertà all'autore, solo i diritti digitali del mio libro. Una scelta progressista, che trova la sua coerenza anche tra le righe dei contratti che EmmaBooks offre ai suoi autori e alle sue autrici. 

    Così ho preso al volo questa occasione, visto che i mutamenti sono così, cancellano il passato e riscrivono il futuro e il trucco è quella di percepirli, adattarsi e farli propri in parte o totalmente.

    Il mio romanzo Implacabile in cartaceo con CreateSpace, la piattaforma di Amazon che permette a un autore di creare e pubblicare il proprio libro in print-on-demand, è proprio questo: un tentativo di scoprire questo mondo in mutazione, di intrufolarsi con passo prudente e circospetto in questo orizzonte, che si annuncia tempestoso. 

    Le lettrici lo volevano, volevano toccare, sfogliare, annusare le sue pagine. Io volevo salire sulla tolda del veliero e osservare l'orizzonte più lontano. E allora perché non partire per questa avventura?






    Un breve estratto del libro 

    Damiano udì i passi felpati alle sue spalle. Ricordò quella volta nella giungla del Costa Rica, a faccia a faccia con un giaguaro. Prima non c’era e poi era lì con quelle sue iridi d’oro, le zanne affilate come una sfida. Ma lui non uccideva animali, erano meglio di tanti esseri umani.

    Lento come un fiocco di neve diretto al suolo, Damiano si era accucciato, il fucile a ripetizione FAMAS puntato verso il suolo, l’indice pronto per la sventagliata di proiettili in caso estremo. La sicura era scattata con un click appena udibile e il felino, dal manto tanto nero da diffondere riflessi blu cobalto, aveva sollevato la bella testa annusando il suo odore.

    Anche Giorgia Mattei-Guyot lo aveva annusato ma, a differenza del giaguaro, aveva capelli rame antico, sfumatura più tenue di quella che ricordava, un corpo di morbide curve, iridi di un colore grigio-verde con pagliuzze dorate. Li aveva fissati per un attimo su di lui e poi subito abbassati. In quella manciata di secondi, Damiano aveva calcolato le sue misure. Vita sottile, seno pieno e sodo, gambe snelle.

    Nemmeno quello ricordava.

    Con un certo fastidio, mentre tornava in palestra dagli altri allievi con lei alle calcagna, si rese conto che l’immagine serbata di quella ragazzina dispettosa non collimava affatto con la donna che aveva davanti.

    Il volto di allora, dominato dai grandi occhi un po’ tristi, era scomparso e il lampo di consapevolezza, quando era entrato nello spogliatoio, li aveva illuminati d’improvviso: nemmeno lei aveva dimenticato le circostanze del loro primo incontro.

    Si appiattì sullo stipite della porta per lasciarla passare e disse qualcosa, perché la tensione era parecchia. Un quintale di roba dura e pesante gli era caduta addosso il primo istante in cui l’aveva vista, davanti alla reception.

    «Questo è il dojo» disse invitandola a entrare, e lei rimase per un attimo con gli occhi sgranati e il fiato sospeso. Lui lo percepì come una carezza, che svelò quanto la creatura di fianco a lui fosse giovane, bella e viva.

    «In origine il termine indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio, ma poi divenne d’uso abituale negli ambienti militari e nella pratica del bujutsu.»

    «È bello qui» constatò lei e Damiano intuì che era sincera.

    Giorgia Mattei-Guyot fece qualche passo sul parquet opaco del salone e si guardò intorno, proprio come avrebbe fatto un felino curioso.

    Il suo profilo era puro, essenziale, zigomi dorati di lentiggini, bocca generosa appena socchiusa.

    Porca putt… miseria, se gli piacevano pure le sue lentiggini, stava già per toccare il fondo del pozzo. Prese nota di infilare una moneta nella scatoletta di legno di Sara.

    Lei avanzò ancora e assaporò l’ampio spazio con tutti i sensi. Le vetrate che racchiudevano il giardino interno, i futon nell’angolo, sui bokken, le spade di legno per l’aikido, sulle pareti vuote di un riposante color ocra.

    Attenta ascoltò le note soffuse, piegando appena il capo sulla spalla, dilatò le narici e si leccò le labbra con inconscio apprezzamento.

    Damiamo colse il linguaggio segreto di quel corpo e percepì vibrazioni positive investirlo. Ricordò d’un tratto gli altri quattro allievi che erano presenti e si strappò, non senza difficoltà, da quella specie di trance.

    «Ai tuoi compagni di corso stavo dicendo che il budō è la via che porta alla perfetta sintesi dell’arte marziale, la via che conduce alla pace. Possiamo interpretarlo così semplificato, come piace agli occidentali.»

    Giorgia si voltò e le sue iridi lo misero a fuoco. Si sentì come affacciato su una fornace a diecimila gradi e l’emozione quasi gli tolse il respiro.

    martedì 24 marzo 2015

    Equinozio e primavera, la rinascita

    Eostre. Sono sicura che questo nome richiama in voi qualche reminiscenza. È una divinità di origine nordica, celta o germanica, collegata a vari aspetti del rinnovarsi della vita. Il nome pare derivi dal termine aus o aes che significa est, punto cardinale da cui sorge il sole. Dal suo nome i celti definirono l’equinozio di Primavera, chiamato Eostur-Monath e poi Ostara. Il termine primavera deriva invece dal latino primus ovvero inizio e ver, con radice indoeuropea e il significato di ardente, splendente. Ma procediamo con ordine e scopriamo insieme i legami di Eostre con le antiche origini della Pasqua nei culti primaverili in suo onore. 
     
    Dobbiamo tenere presente che l’equinozio di primavera, come quello d’autunno, è uno dei due momenti dell’anno in cui giorno e notte sono in perfetto equilibrio: la parola equinozio deriva dal latino aequus nox, ovvero notte uguale. L’equinozio di primavera, chiamato anche Vernale, è il momento in cui il sole si trova al di sopra dell’equatore celeste. L’equinozio d’autunno segna invece l’inizio della metà oscura dell’anno e ovviamente è l’esatto opposto dell’altro. In autunno andiamo verso l’oscurità, in primavera verso la luce, che man mano sovrasta il buio. Questo giorno di mutazione è considerato il primo giorno di primavera, la stagione della rinascita, associata presso tanti popoli dell'antichità a concetti primordiali come fertilità, resurrezione e inizio. 

    Le antiche tradizioni ci offrono una serie di miti legati alla primavera, che hanno al loro centro l'idea di un sacrificio a cui subentra una rinascita. Il mito che più esprime questa idea è quello frigio di Attis e Cibele. Attis, bellissimo giovane nato dal sangue della dea e da questa amato, avrebbe voluto abbandonarla per sposare una donna mortale. Per impedirglielo Cibele lo fece impazzire ed egli si evirò, morendo dissanguato. Dal suo sangue nacquero viole e mammole e gli dei, non potendolo resuscitare, lo trasformarono in un pino sempreverde.  

    Dopo l’Equinozio, nel mondo ellenico, si svolgevano le Adonìe, feste per la resurrezione di Adone, il bellissimo giovane amato dalla dea Afrodite ucciso da un cinghiale, forse dallo stesso dio Ares, geloso. Adone può essere associato anche al dio assiro-babilonese Tammuz, a cui i fedeli si rivolgevano chiamandolo Adon, ovvero signore. Egli dimorava sei mesi negli inferi, come il sole quando è sotto l'equatore celeste. In primavera si festeggiava il suo ritorno alla luce e il suo ricongiungimento con Ishtar, l'equivalente dell’Afrodite greca.

    G. L. Bernini, Ratto di Proserpina


    Allo stesso modo, in Grecia e nell’antica Roma, si festeggiava Persefone (Prosepina per i romani) che ritorna nel mondo, dopo aver trascorso sei mesi nel regno dei morti. La giovane, figlia di Zeus e Demetra, venne rapita dallo zio Ade divinità dell'oltretomba e costretta a sposarlo. La madre, dea della fertilità e dell'agricoltura, scatenò la sua rabbia per la prigionia della figlia  impedendo la crescita delle messi e con un lungo inverno senza fine. Zeus intervenne e decise che Persefone sarebbe rimasta nell'oltretomba solo per un numero di mesi equivalente ai semi di un melograno che aveva mangiato. Sei mesi con il tenebroso marito nel regno dell’Oltretomba, sei mesi con la madre sulla terra che, felice, ogni anno accoglie la figlia con il rigoglio e la rinascita della natura.

    Tutti questi miti così simili, non svelano solo una conformità di usanze e credenze degli uomini primitivi, che poi si distribuirono lungo i bacini dei grandi fiumi (Tigri ed Eufrate, Nilo, Tevere ecc ecc), ma evidenziano l'unione di un simbolismo celeste, il cammino del sole, inarrestabile, misterioso e il risveglio della natura, altrettanto travolgente. In tutto ciò riecheggia il tema dell'unione indissolubile fra divinità maschili, legate al sole e alla sua potenza, e quelle femminili, connesse alla terra o alla luna. 

    La primavera era infatti la stagione degli accoppiamenti rituali, delle nozze sacre in cui un dio e una dea, personificati spesso da un sacerdote e da una sacerdotessa, si accoppiavano per propiziare la fertilità. Venivano accesi dei fuochi rituali sulle colline e, secondo la tradizione, di cui troviamo tracce evidenti nel folklore europeo, più a lungo rimanevano accesi, più fruttifera sarebbe stata la terra. Questi riti avevano un particolare valore soprattutto nel paganesimo dell’area mediterranea, dove già all’equinozio il ritorno della bella stagione e il rinnovarsi della natura è evidente. Per i popoli nordici la ricorrenza primaverile più importante era invece Beltane, che si celebrava nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio.

    Come molte delle antiche festività pagane, anche l’equinozio di Primavera fu cristianizzato: la prima domenica dopo la prima luna piena che segue l’equinozio, data fissata nel IV secolo, i cristiani cominciarono a celebrare la Pasqua, commemorando la resurrezione di Cristo avvenuta proprio durante la festività ebraica così denominata, che ricorda l'esodo del popolo di Israele dall'Egitto. Ma, nei simboli e nelle tradizioni collegate a questa festa, sono evidenti i ricordi di altre e ben più antiche festività, cancellate dal Cristianesimo con una vera e propria opera di sincretismo.

    Il termine Easter, con cui in inglese si designa la Pasqua, ci riporta a Eostre, assimilabile a Venere, Afrodite e Ishtar. Presiedeva gli antichi culti legati al sopraggiungere della primavera e alla fertilità dei campi ed era legata al sole nascente, al suo calore. Del resto il tema dei fuochi e del ritorno dell’astro è un tema ricorrente nelle tradizioni pasquali. A Eostre era sacra la lepre, simbolo di fertilità e animale sacro in molte civiltà: i Britanni l’associavano alla luna e alla caccia, i Celti la consideravano animale divinatorio. 

    Antiche leggende narrano che i disegni sulla superficie della luna piena raffigurino una lepre, ricordo della sua associazione con le divinità lunari e questa interpretazione della lepre nella luna è nelle tradizioni cinesi, europee, africane e indiane. Una lepre si sacrificò per nutrire il Buddha, balzando nel fuoco ed egli impresse la sua immagine sull’astro notturno, per gratitudine. In Cina la lepre lunare ha un pestello e un mortaio, con cui prepara l’elisir dell’immortalità. Gli indiani Algonchini delle immense praterie del continente nord americano adoravano la Grande Lepre, che aveva creato la Terra. I norvegesi rappresentavano le divinità lunari accompagnate da una processione di lepri che portano lanterne e la dea Freya aveva come inservienti delle lepri, così come Eostre era raffigurata con una testa di lepre.  

    La lepre di Eostre, che deponeva l'uovo della nuova vita per annunciare la rinascita dell'anno, è diventata l'odierno coniglio pasquale che porta in dono le uova, altro simbolo di fertilità. Esse si ricollegano alle tradizioni dello scambio delle uova sacre sotto l’albero magico del villaggio, usanza che collega Eostre alle divinità arboree della fertilità. L'uovo non è scelto a caso: da sempre simbolo di vita, creazione e rinascita per ricordare anche l’Uroboro (dal greco urà coda e boròs, mordace riferito ai serpenti), simbolo ancestrale del serpente che si morde la coda, che si rigenera continuamente in un cerchio infinito.

    Per i primitivi raccoglitori e cacciatori, la primavera portava gli uccelli a deporre le uova e dunque un altro sostentamento dopo l’austerità dell’inverno. La nascita del mondo da un uovo cosmico è contenuta in molte mitologie del nostro pianeta. L’uovo primordiale, embrione e germe di vita, è il primo essere a emergere dal Caos, è l’Uovo del Mondo, covato dalla Grande Dea e dischiuso dal Dio Sole. Un mito dell'India narra che, nella notte dei tempi, tutto era immerso nelle tenebre e sepolto in un sonno profondo. L'Assoluto creò il cosmo dalla propria sostanza, creò le acque e vi depose a galleggiare un uovo splendente, che generò dal suo cuore Brahma il Creatore, che divise l’uovo stesso in due parti, formando la Terra e il Cielo.