mercoledì 1 luglio 2015

ROMA 46 DC - VENDETTA di Adele Vieri Castellano




Un grazie di cuore alla mia carissima amica Francy della Rosa che mi ha fatto questo bellissimo regalo. Ovvio, lo ha fatto anche a tutte voi lettrici. Buona visione!



 

mercoledì 24 giugno 2015

Torna la serie Roma Caput Mundi - in self-publishing solo su Amazon & Kobo


Titolo: Roma 46 d.C. Vendetta
Autrice: Adele Vieri Castellano
Genere: Romance Storico
Ambientazione: Roma antica
Pubblic. Italiana: AVC Historiae, 30 giugno 2015 260 pagg.
Parte di una serie: sì
Livello sensualità: medio
Disponibile in ebook: Solo in ebook, € 4,99
Cartaceo in uscita il 15 luglio 2015  

Tornano i miei romani il 30 giugno 2015 con un nuovo episodio della serie Roma Caput Mundi. Questa volta sarete di nuovo nella capitale del mondo, a Roma, visiterete Ostia antica per poi inoltrarvi nelle folte, impenetrabili foreste dei territori dei Marsi, in Abruzzo.

Torna Marco Quinto Valerio Rufo con i protagonisti dei libri precedenti: Brinnone, Tassus, Ancilla, Giulia Urgulania, Tantile e altri nuovi, che non conoscete ancora ma sono sicura troveranno un posto nel vostro cuore. Torna soprattutto Arash Tahmurat, l'arciere siriano che abbiamo  incontrato in Roma 42 d.C. Cuore Nemico. Questa volta tocca a lui trovare l'amore, quello con la A maiuscola. Ma la vera protagonista di questa storia chi sarà? A voi scoprirlo... 

 
TRAMA: contraccambiare il male ricevuto con il male peggiore. Questo è ciò che ha spinto un uomo misterioso a compiere l’atto più nefando. Marco Quinto Rufo questa volta non dovrà combattere guerre, né affrontare feroci barbari ai confini dell’Impero perché la vendetta ha bussato alla sua porta e pretende un tributo di sangue. Non il suo, né quello di sua moglie ma quello di un essere indifeso che il vile, oscuro, nemico gli ha sottratto. Lui che non teme nulla e nessuno dovrà affrontare il Male Supremo, faccia a faccia, in una partita a due che avrà un solo vincitore ma non un solo protagonista. Perché in quei giorni oscuri e terribili di sofferenza, l’amore riuscirà a sconfiggere l’odio e un suo germoglio nascerà nel cuore dell’arciere siriano Arash Tahmurat… 


Scr. Castra di Mogontiacum m. november a.U.c. 794 (41 d.C.)

Gneo Cornelio Fusco a Publio Cornelio Magno salutem dicit!

Caro zio,

oggi mi è stato fatto un grave torto. Oggi qualcuno mi ha offeso, qualcuno che mi insultava già con la sola sua presenza al mondo, qualcuno che il nostro mondo non è pronto a ricevere né lo sarà mai. Di questo gesto infame sulla mia persona porterò i segni sul volto per il resto della vita ma questo segno inciso, che vedo riflesso nello specchio, altro non è che la fonte della mia vendetta, l’origine del male che la colpirà.

Zio, mio caro zio.

Sappi che l’ira non è la sola conseguenza dell’ingiuria e io ho subito la peggiore e la mia ira altro non è che il desiderio di contraccambiare il male ricevuto con il male peggiore. Io avrei voluto nutrire questo seme, io avrei voluto schiacciarla come il più vile scarafaggio ma lei arriverà a Roma con la bella stagione e lì dovrà pagare il conto, lì pagherà con la vita. La sua vita inutile. Io, che sono nato nel sangue dei Cornelii, io che ho respirato le stragi della nostra famiglia, io che ti ho visto gioire davanti al sangue versato dei nostri nemici. Io sono tuo figlio, io sono stato offeso e questo sangue a me strappato è anche il tuo.

Zio!

Sarai tu a realizzare la mia vendetta e già vedo nei tuoi occhi brillare una luce e so che quella luce è la stessa che brilla nei miei. Vedo le tue mani stringersi a pugno e poi aprirsi per ghermire il collo fragile, maledetto, che si spezzerà nella tua morsa, troppo debole per opporsi alla tua furia. Zio, vedo una fossa piena di sangue. Che spettacolo meraviglioso!

Ne gioisco perché so che anche tu la vedi anzi, so che vorresti trasformare quella fossa in lago e quel lago in fiume scarlatto. Zio, caro zio, la mia ira diventerà la tua ferocia! Metterai il tuo piede sul suo cadavere e ti vanterai di questa impresa.

Zio, il mondo non sarà lo stesso finché non pagherà e ogni goccia del suo sangue muterà la mia smorfia in risata. Tu vibrerai il fendente e sarà come se lo facessi io. Ti manderò sue notizie al più presto, saprai il nome, il quando e il come e fino ad allora, vigila in silenzio.

Cura ut valeas!

Gneo



Scr. Roma, m. november a.u.c. 794

Publio Cornelio Magno a Gneo Cornelio Fusco a salutem dicit!

Caro nipote,

ho organizzato tutto! La baldracca germana morirà per mano di un sicario, la tua sofferenza verrà lavata dal suo sangue. Abbia fiducia, caro nipote. Ti informerò appena riceverò la lieta novella, abbi cura di te.

Vale!

Publio



Scr. Roma, m. aprilis a.u.c. 795 (42 d.C.)

Tito Lucrezio Licino a Gneo Cornelio Fusco a salutem dicit!

Caro amico Cornelio Fusco,

è con grande dolore che ti comunico la funesta notizia della morte di tuo zio Publio Cornelio Magno, avvenuta per mano di un ausiliare batavo di nome Quinto Decio Aquilato. Or dunque, chi è questo Aquilato? Un selvaggio, una nullità che si proclama fedele a Roma.

In senato mi sono sentito in diritto di ruggire, per chiedere ai miei illustri colleghi la sua testa, ma cosa credi sia accaduto? Nulla, che io sappia.

Oggi ho scoperto che è sparito, volatilizzato e che nessuno sa più dove sia. Dicono che sia stato prelevato e portato fuori città in un luogo segreto. Ma io credo di sapere chi ha tramato per costringere il Sommo Principe Claudio al perdono di quel rifiuto, di quella mentula di merda batava: è Marco Quinto Valerio Rufo! I suoi accoliti sono ovunque, quell’uomo è potente a tal punto che una sua parola ha reso il nostro Principe suo succube e ha valso la salvezza al vile barbaro. Io... sono... scandalizzato, Cornelio Fusco!

Che ci sta succedendo, visto che permettiamo a volgari selvaggi di agire a loro piacere e trucidare illustri cittadini romani in casa loro? Come ha osato compiere un atto del genere? La lingua latina non contempla sufficienti epiteti ingiuriosi con cui catalogare questo infame! Fammi sapere cosa intendi fare, io sono non solo indignato ma disposto a qualunque mossa pur di vendicare questo ignobile gesto.

Vale!

Tito



Scr. Castra di Mogontiacum m. maius a.u.c. 794

Gneo Cornelio Fusco a Tito Lucrezio Licino salutem dicit!

Caro Tito,

la funesta notizia mi è giunta poco prima della tua lettera. Sono troppo sconvolto per dilungarmi, non riesco a trovare parole, né di dolore, né di disgusto per ciò che è accaduto. Come posso sopportarlo?

Come posso sopportare questo insulto alla mia persona, alla mia famiglia, al mio essere profondamente romano? Sì, come posso sopportarlo? Mio zio, uomo stimato e retto, trucidato da un barbaro. Un volgare essere che non merita neppure di leccargli le suole dei sandali. La mia mano trema anche solo nel scrivere questa parola: barbaro.

Come se non bastasse, insieme alla tua lettera, mi è arrivato il dispaccio del divino Cesare che mi ordina di partire con la mia legione, alla volta della Britannia. Non avrò nemmeno l’onore e la possibilità di piangere il sepolcro del mio adorato zio!

Non poserò mai più gli occhi su di lui e forse neppure sulla sua pietra tombale. Non è giusto e io ardo come un fuoco perpetuo, urlo la sola parola che potrà lenire questa mia ferita sanguinante.

Vendetta.

Vendetta e ancora vendetta, solo questo. E sarà terribile, amico mio.

Terribile.

E tanto più dovrò aspettare in quelle lande desolate e lontanissime, tanto più la mia vendetta sarà spietata. Il mio sfregio, questa cicatrice che sfioro ogni sera e che segna indelebile il mio volto mi ricorderà ogni giorno, ogni istante il mio scopo.

Vendetta.

Rufo pagherà fino all’ultima goccia di sangue perché è lui la vera, sola vergogna di Roma.

Vendetta, solo questo dico e penso, solo per questo vivrò.

Vale!

Publio



lunedì 1 giugno 2015

Editing, correzione di bozze... questi sconosciuti

Sento molto parlare di editing e correzione bozze. Sarà perché ho un udito molto fine, perché se ne parla troppo e a volte a sproposito o perché sono termini che derivano dal latino? Il verbo edico, -is, -dixi, -dictum, -ere significa infatti proclamare, ordinare, annunziare e la parola editor definiva, nell’antica Roma, colui che produceva un testo. Prendo quindi spunto dai romani per spiegarvi la differenza sostanziale di queste due attività che dovrebbero, e il condizionale è voluto, svolgersi su ogni manoscritto che si appresta a conoscere gioie e dolori della pubblicazione.

A volte sono attività intrecciate o sovrapposte, altre volte sono indipendenti l’una dall’altra ma attenzione, non è possibile improvvisarsi professionisti, anche se studi umanistici sono di sicuro un ottimo punto di partenza. Ci vuole esperienza e tecnica, perché mettere mano a un testo, interpretare il pensiero e lo scrivere di un autore, intervenire in modo non invasivo per farne emergere lo stile, richiede una formazione molto solida. «Ma io leggo tantissimo, conosco bene la lingua italiana, trovo la maggior parte dei refusi. Quindi posso fare editing.»

Non illudiamoci, non funziona così.

Perché? Perché padroneggiare ogni registro linguistico non è semplice, così come non lo è capire quando il testo, da semplice elenco di parole, diventa una melodia durante la lettura. Esso deve scorrere in modo tale che, sistemate le consecutio temporum, la punteggiatura, l’ortografia, assonanze e ripetizioni, se ne ricavi l’impressione che non potrebbe essere scritto in nessun altro modo, senza tentennamenti, né stonature. Ogni singolo termine è una scelta precisa, mai casuale e ricordiamo che un buon editor è fondamentale per il successo di un libro. 

Maxwell Perkins e Saxe Commins, mai sentiti? Ve li presento: il primo è stato il grande artefice del successo di Francis Scott Fitzgerald e di Ernest Hemingway, editor capace di trasmettere a questi due grandi della narrativa mondiale la disciplina e la forza necessarie per
Maxwell Perkins
portare a termine i loro manoscritti. Cummings invece è colui che permise alle opere di William Faulkner di vedere la luce. Pensate che quando Perkins morì, nel 1947, Hemingway ebbe una profonda crisi produttiva, ed è forse proprio a causa della sua morte che tante opere di questo scrittore sono rimaste incompiute. In quegli anni il lavoro di queste fondamentali figure si svolgeva in perfetta armonia con gli autori. Bei tempi, direte voi. Finiti, dico io.


Dunque, veniamo al sodo.

Prima di tutto, quando un manoscritto arriva in redazione per essere editato, viene adeguato alle norme redazionali, ovvero le regole che uniformano tutti i testi. Il Normario Redazionale, per capirci. Un esempio? Alcune CE scelgono per i dialoghi i caporali, altre le lineette. Queste regole servono in un certo qual modo a caratterizzare lo stile di una CE e l’intervento, in gergo, si chiama cucina editoriale. Poi si passa all’editing che, in generale, significa fornire all’autore gli strumenti necessari per capire e usare meglio le tecniche della scrittura creativa, analizzando e compiendo un lavoro all’interno del testo stesso con correzioni, suggerimenti e annotazioni. Risultato: un testo che aiuti l’autore a comprendere, approfondire, applicare le indicazioni ricevute per riscriverle, potenziate dalla nuova conoscenza.

La correzione bozze (o Proofreading) significa infine esaminare con estrema cura un testo, per far sì che nessuna imprecisione sfugga. Può farlo anche un professore di lettere. Qui si cercano gli errori grammaticali e i refusi, ci vuole occhio di lince e due o tre ri-letture. Ricordatevi che il correttore di bozze non è il tasto di correzione automatica di cui si fa grande uso:  non si può sostituire in alcun modo lo sguardo umano.

Esempio per chiarire meglio la differenza tra queste due attività: l’editor deve correggere una data storicamente sbagliata o errata nel contesto del libro, il correttore deve preoccuparsi che sia scritta in modo corretto.

Questo l’antipasto, ora approfondiamo le portate.

Il Content Editing (o Developmental Editing) si occupa del libro nel complesso, in questo caso si lavora soprattutto su trama e personaggi. Esso deve fornire consigli e informazioni per correggere/modificare il testo o per suggerirne modifiche. Chi fa questo tipo di editing dovrebbe avere una buona conoscenza del genere (giallo, romance, fantascienza ecc.) e la capacità di rendere la storia coerente, insomma più l’editor è esperto più potrà esservi d’aiuto. Interagisce con il Line Editing, intervenendo sul testo con consigli tecnici per scrivere al meglio i dialoghi, mostrare i dettagli importanti, descrivere in modo efficace, scegliere e utilizzare in modo adeguato il POV dei personaggi per determinare quello più adatto in quel preciso momento del racconto.

Il Line Editing analizza il testo riga per riga. Il suo obiettivo? Perfezionare la tecnica narrativa, molto più di quanto non abbia fatto il Content Editing puro. A volte è quasi la totale riscrittura del libro e in questo caso le modifiche saranno pesanti. Verranno riformulate frasi per migliorarne chiarezza e flusso, spariranno le ripetizioni, i paragrafi troppo contorti, l’uso eccessivo del passivo, tanto per fare qualche esempio. In questa fase capita persino di riorganizzare i capitoli, i sottotitoli e i titoli, per renderli più accattivanti, divertenti o drammatici. Si modificano anche le parti dove l’autore diventa polemico o troppo introspettivo, dove usa termini troppo gergali. Un Line Editor esperto saprà formulare le giuste proposte per risolvere i problemi del manoscritto e aiuterà l’autore a trovare la sua voce, perfezionando la visione d’insieme.

Il Copy Editing si sovrappone parzialmente al line editing e alla correzione di bozze ed è quello che, in sostanza, si fa di solito nelle CE italiane. Perché? Perché gli editori hanno scoperto che il grande pubblico non è in grado di distinguere un libro scritto male da uno scritto molto bene e, di solito, nota solo i refusi o la grammatica zoppicante.

Concludendo, la revisione editoriale, per usare un termine nostrano, è un’operazione che richiede amore per il testo e una buona cultura ma purtroppo tende sempre più ad essere identificata con la pura e semplice correzione di bozze. Nei paesi anglosassoni sono un po' più seri: quando parlano di editing, infatti, si riferiscono a una completa revisione, mentre qui in Italia si abusa di questa parola usandola a propria convenienza. 

Nei paesi anglosassoni vengono editati anche autori importanti e questi accettano la revisione. Ovvio, direte voi. Mica tanto, rispondo io perchè qui da noi gli scrittori (anche gli scribacchini) gridano al sacrilegio quando qualcuno osa trovare un difetto ai loro capolavori. Una spiegazione ce l'ho per queste prese di posizione, spesso imbarazzanti. L'autore è innamorato così tanto di quello che scrive (manoscritto = figlio) che questo amore gli impedisce di vedere gli errori e le imperfezioni che commette. 

Autori siate più umili, accettate i consigli, le critiche di chi vi corregge con cognizione di causa. Esse sono costruttive, vi aiuteranno e potete accettarle anche voi se lo facevano Fitzgerald, Hemingway, Faulkener... O no?

Concludo con una constatazione piuttosto amara: la maggior parte delle CE italiane non usa più gli editor (costano) e il pubblico è considerato una massa ottusa e poco attenta. Se lo fanno spesso usano brillanti universitari che sanno tutto (e non sanno niente) e sono pagati una miseria.

Mannaggina, vuoi vedere che fare l'Editor non è poi un mestiere così facile? Pensate che è anche pericoloso, visto che sono quasi estinti come le tigri. 

Groarrrrrrrrrrrrrrr!



giovedì 7 maggio 2015

Vladimiro il vampiro e l’acqua calda

Niente di nuovo sul fronte occidentale. Sì, lo so, è un vecchio refrain ma funziona sempre. Dai, su, chiedetelo: cosa c’entra il conte Vlad Tepes con l’acqua calda. Avete idee? Sì? No? Nessuna? Ve lo spiego. In letteratura sono millenni che non c’è niente di nuovo. Spesso con le mie amiche autrici ci arrovelliamo su quello che ha scritto questa, su quello che starà scrivendo l’altra, preoccupate di plagiare o essere plagiate. Tranquille, ragazze. Come dicevo, non c’è niente di nuovo.

Prendiamo un esempio abbastanza recente: Stephenie Meyer che, con la saga di Twiligth, ha ri-lanciato la moda dei vampiri. L’idea del libro pare le sia venuta in sogno. Ebbrava la nostra Steffy. Peccato che in Twilight non ci sia nulla di nuovo: streghe, vampiri e lupi mannari si aggirano tra gli umani da millenni. Le streghe, soprattutto nell’antica Roma, avevano una larga diffusione e possedevano diverse proprietà magiche. Il nome saga, che definiva queste donne brutte e vecchie, è indicato in un’antica iscrizione rinvenuta sull’Esquilino, nel 1718 (custodita oggi nel Museo Epigrafico Maffeiano di Verona).

È Cicerone che, in un brano del De Divinatione (I, 65), ci spiega l’accezione di questo nome derivato dal verbo sagire, che significa “avere buon fiuto”. Le sagae, infatti, pretendono di sapere tutto e in anticipo (da cui il verbo pre-sagire, ovvero anticipare il futuro). Ma i nomi per indicare le streghe a Roma sono tanti e indicano o la strega in generale, o una particolare forma di stregoneria: saga l’indovina, venefica l’avvelenatrice, anus la vecchia e strige, da cui deriva il temine moderno strega.

Esso designa le donne che hanno la capacità di trasformarsi in uccelli, forse deriva dal verbo stridere, il verso che fanno di notte. In latino con strix si identificano i rapaci notturni, oggi è il termine scientifico usato per classificare gufi, barbagianni, civette. Le strigae non si limitano a mutare forma o a volare nell’oscurità, vanno a caccia di bambini a cui succhiare il sangue e strappare le interiora con gli artigli. Per questo, sui dizionari latini, il termine strix è spesso tradotto anche con vampiro. Se volete conoscere meglio questi esseri mutaforma e succhiasangue, leggetevi un passo di Ovidio dei Fasti (VI, 131-168). 

Le strigae non sono cadaveri immortali, ma hanno trasmesso ai vampiri moderni la ferocia con cui succhiano il sangue e la capacità di tramutarsi in animali notturni volanti, i pipistrelli. Esseri mostruosi, creati per spiegare le morti di bambini e neonati che, nel mondo antico, avvenivano di frequente. Dolore e superstizione hanno fatto sì che queste tradizioni si tramandassero. Stessa cosa in Grecia per il caso di Mormò, donna di Corinto trasformata in mostro dopo aver divorato i propri figli. Il suo nome deriva da mòrmoros, paura, perché terrorizzava i bambini mormorando il proprio nome.

In ordine cronologico e più volte per secolo, la moda dei vampiri ritorna: John Polidori con Il vampiro (1819), J. Sheridan Le Fanu con Carmilla (1872), Jules Verne e Il castello dei Carpazi (1892), Bram Stoker con Dracula (1897), Sir Arthur Conan Doyle e Il vampiro del Sussex (1924), Richard Matheson Io sono leggenda (1954), Stephen King con Le notti di Salem (1975), Ann Rice Intervista col vampiro (1976), George R. R. Martin Il battello del delirio (1983) e potrei continuare fino ai nostri giorni. Steffy, gioia, non hai sognato un proprio un bel niente. 

E l’erotico? Oggi di nuovo di gran moda in tutte le sue declinazioni: tradizionale, BDSM, M/M, F/F, sopra, sotto, avanti, indietro. Niente di nuovo nemmeno qui. Sono secoli che in letteratura si parla di pornografia, si vuole scandalizzare, esagerare, legare, frustare, si sodomizza pure, con discreta e appagante soddisfazione del lettore. Anche qui potrei farvi una lista lunga un chilometro o due, citandovi greci e romani. Vi risparmio, vi capisco. Signora E. L. James, per piacere, non si dia arie, questa è l’acqua calda. Anche lei ha scopiazzato qua e là, senza pudore. Ho notato però che le scopiazzature sono sempre più noiose, prive di approfondimenti, avanzi di briciole di genio letterario. Si va verso la semplificazione. Lui, lei, il vampiro, il sadomaso, punto. Fine.

Mi intristisco quando sento lettori che urlano al fenomeno, che divorano pagine e pagine noiose, scribacchiate, prive di sostanza o approfondimento, anche romanzesco. Sono sterili questi racconti, ridotti al minimo. Minimo sforzo, sostenuto da un sagace marketing. Queste favolette insipide, condite di sesso e vampirismo, hanno successo perché vanno a toccare ciò che abbiamo stampato nel codice genetico: sesso, paura, mistero e, alla mancanza di sostanza, supplisce la pubblicità martellante. Alla fine, prendono per sfinimento anche coloro che non volevano saperne. Come i mass-media, anche gli scrittori sono diventati pressapochisti e superficiali. 

In letteratura è lo stesso. Steffy, mia cara, uno dei principi cardine della narrativa è il conflitto. Senza conflitto non c’è storia, se il drago non rapisce la principessa non c’è niente da raccontare. Vi siete mai chieste dov’è il conflitto in Twilight? Bella è caruccia, intelligentuccia (le femministe di tutto il mondo hanno gridato allo scandalo) timiduccia, insomma, è una qualunque. La nostra eroina riuscirà ad abituarsi alla vita nell’uggiosa, grigia, piovosa, cittadina della provincia americana? Riuscirà a farsi nuovi amici? Sarà accettata? Ecco il perché del disagio che si prova (non tutti, qualcuno) leggendo Twiligh: non c’è conflitto perché la Meyer non è interessata a raccontarlo e risolve il problema più o meno a pagina quaranta. Bella ha già conquistato qualche amica, ha quattro spasimanti-sbavanti (scusate la rima), tra i quali il più figo, il più ricco e guarda caso, il più vampiro di tutta la scuola. Finita qui. Twilight non è narrativa, è pornografia letteraria. La pornografia è la concretizzazione delle fantasie erotiche, il suo fine principale è quello di indurre in uno stato di eccitazione sessuale con le immagini. Insomma, avete capito il senso.

Idem la serie delle Cinquanta Sfumature, non è un caso che sia nata una “costola” di Twilight. Niente conflitto neppure qui. Anastasia e Mr. Gray sono pornografici, non perché per tutto il libro giocherellano (per finta) con il BDSM, ma perché inducono alla sola eccitazione pornografica e tutto è risolto nelle prime pagine, quando la nostra –uccia Ana inciampa sulla soglia dell’ufficio di MrGray: lui se ne innamora e stop, fine.

Nel fantasy Harry Potter è il trionfo del fantastico ma non possiede nulla di originale. A Harry va sempre tutto bene, con pochi sforzi. All’inizio fugge da casa solo, di notte, senza soldi, espulso da Hogwarts. Cosa farà per cavarsela? Niente. L’autobus magico lo raccoglie, il Ministro della Magia lo perdona, gli offre vitto e alloggio, tutto nelle prime pagine. Il mondo ai suoi piedi, comprese le leggi della fisica. L’unico che, fin da neonato si oppone a Voldemort, il mago più malvagio che ci sia. Dico io, visto che c'era ed era un mago potentissimo, non poteva prevenire tutto soffocandolo con un cuscino? Non c’entra che sia un romanzo per adolescenti, qui sta il successo della Rowling, come per i personaggi di Moccia, tanto per giocare in casa. Tutto facile, senza il minimo sforzo intellettuale.

Il Marchese de Sade non era solo un pervertito ma anche un “dispregiatore delle leggi, il liberatore del sesso, il ribelle” (Maurice Heine, 1884-1940) e nei suoi scritti, oltre alla pornografia, si leggono dichiarazioni rivoluzionarie su religione, morale, politica. Infatti passò in prigione buona parte della vita.

Purtroppo niente di nuovo sul fronte occidentale e sono preoccupata: le novità si inaridiscono, proprio come le vittime dei nostri succhiasangue. Sempre più stringate ed essenziali e, in questo caso, per me è un difetto. Che noia, che barba, che noia.