martedì 31 marzo 2015

Implacabile ritorna in cartaceo


    Copertina flessibile: 322 pagine, euro 11,91
    Genere: Romantic Suspense
    Ambientazione: Roma, Italia
    Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform; 1 edizione (24 marzo 2015)
    Collana: 1# Legio Patria Nostra
    In E-book a 4,99 euro


    Oggi esce Implacabile, il primo libro della serie Legio Patria Nostra, in formato cartaceo. Lo troverete in vendita solo su Amazon, visto che è una auto pubblicazione. Perché questa decisione?

    EmmaBooks, la casa editrice digitale che ha lanciato la mia serie Legio Patria Nostra nel giugno del 2014 possiede, con una scelta che lascia la massima libertà all'autore, solo i diritti digitali del mio libro. Una scelta progressista, che trova la sua coerenza anche tra le righe dei contratti che EmmaBooks offre ai suoi autori e alle sue autrici. 

    Così ho preso al volo questa occasione, visto che i mutamenti sono così, cancellano il passato e riscrivono il futuro e il trucco è quella di percepirli, adattarsi e farli propri in parte o totalmente.

    Il mio romanzo Implacabile in cartaceo con CreateSpace, la piattaforma di Amazon che permette a un autore di creare e pubblicare il proprio libro in print-on-demand, è proprio questo: un tentativo di scoprire questo mondo in mutazione, di intrufolarsi con passo prudente e circospetto in questo orizzonte, che si annuncia tempestoso. 

    Le lettrici lo volevano, volevano toccare, sfogliare, annusare le sue pagine. Io volevo salire sulla tolda del veliero e osservare l'orizzonte più lontano. E allora perché non partire per questa avventura?






    Un breve estratto del libro 

    Damiano udì i passi felpati alle sue spalle. Ricordò quella volta nella giungla del Costa Rica, a faccia a faccia con un giaguaro. Prima non c’era e poi era lì con quelle sue iridi d’oro, le zanne affilate come una sfida. Ma lui non uccideva animali, erano meglio di tanti esseri umani.

    Lento come un fiocco di neve diretto al suolo, Damiano si era accucciato, il fucile a ripetizione FAMAS puntato verso il suolo, l’indice pronto per la sventagliata di proiettili in caso estremo. La sicura era scattata con un click appena udibile e il felino, dal manto tanto nero da diffondere riflessi blu cobalto, aveva sollevato la bella testa annusando il suo odore.

    Anche Giorgia Mattei-Guyot lo aveva annusato ma, a differenza del giaguaro, aveva capelli rame antico, sfumatura più tenue di quella che ricordava, un corpo di morbide curve, iridi di un colore grigio-verde con pagliuzze dorate. Li aveva fissati per un attimo su di lui e poi subito abbassati. In quella manciata di secondi, Damiano aveva calcolato le sue misure. Vita sottile, seno pieno e sodo, gambe snelle.

    Nemmeno quello ricordava.

    Con un certo fastidio, mentre tornava in palestra dagli altri allievi con lei alle calcagna, si rese conto che l’immagine serbata di quella ragazzina dispettosa non collimava affatto con la donna che aveva davanti.

    Il volto di allora, dominato dai grandi occhi un po’ tristi, era scomparso e il lampo di consapevolezza, quando era entrato nello spogliatoio, li aveva illuminati d’improvviso: nemmeno lei aveva dimenticato le circostanze del loro primo incontro.

    Si appiattì sullo stipite della porta per lasciarla passare e disse qualcosa, perché la tensione era parecchia. Un quintale di roba dura e pesante gli era caduta addosso il primo istante in cui l’aveva vista, davanti alla reception.

    «Questo è il dojo» disse invitandola a entrare, e lei rimase per un attimo con gli occhi sgranati e il fiato sospeso. Lui lo percepì come una carezza, che svelò quanto la creatura di fianco a lui fosse giovane, bella e viva.

    «In origine il termine indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio, ma poi divenne d’uso abituale negli ambienti militari e nella pratica del bujutsu.»

    «È bello qui» constatò lei e Damiano intuì che era sincera.

    Giorgia Mattei-Guyot fece qualche passo sul parquet opaco del salone e si guardò intorno, proprio come avrebbe fatto un felino curioso.

    Il suo profilo era puro, essenziale, zigomi dorati di lentiggini, bocca generosa appena socchiusa.

    Porca putt… miseria, se gli piacevano pure le sue lentiggini, stava già per toccare il fondo del pozzo. Prese nota di infilare una moneta nella scatoletta di legno di Sara.

    Lei avanzò ancora e assaporò l’ampio spazio con tutti i sensi. Le vetrate che racchiudevano il giardino interno, i futon nell’angolo, sui bokken, le spade di legno per l’aikido, sulle pareti vuote di un riposante color ocra.

    Attenta ascoltò le note soffuse, piegando appena il capo sulla spalla, dilatò le narici e si leccò le labbra con inconscio apprezzamento.

    Damiamo colse il linguaggio segreto di quel corpo e percepì vibrazioni positive investirlo. Ricordò d’un tratto gli altri quattro allievi che erano presenti e si strappò, non senza difficoltà, da quella specie di trance.

    «Ai tuoi compagni di corso stavo dicendo che il budō è la via che porta alla perfetta sintesi dell’arte marziale, la via che conduce alla pace. Possiamo interpretarlo così semplificato, come piace agli occidentali.»

    Giorgia si voltò e le sue iridi lo misero a fuoco. Si sentì come affacciato su una fornace a diecimila gradi e l’emozione quasi gli tolse il respiro.

    martedì 24 marzo 2015

    Equinozio e primavera, la rinascita

    Eostre. Sono sicura che questo nome richiama in voi qualche reminiscenza. È una divinità di origine nordica, celta o germanica, collegata a vari aspetti del rinnovarsi della vita. Il nome pare derivi dal termine aus o aes che significa est, punto cardinale da cui sorge il sole. Dal suo nome i celti definirono l’equinozio di Primavera, chiamato Eostur-Monath e poi Ostara. Il termine primavera deriva invece dal latino primus ovvero inizio e ver, con radice indoeuropea e il significato di ardente, splendente. Ma procediamo con ordine e scopriamo insieme i legami di Eostre con le antiche origini della Pasqua nei culti primaverili in suo onore. 
     
    Dobbiamo tenere presente che l’equinozio di primavera, come quello d’autunno, è uno dei due momenti dell’anno in cui giorno e notte sono in perfetto equilibrio: la parola equinozio deriva dal latino aequus nox, ovvero notte uguale. L’equinozio di primavera, chiamato anche Vernale, è il momento in cui il sole si trova al di sopra dell’equatore celeste. L’equinozio d’autunno segna invece l’inizio della metà oscura dell’anno e ovviamente è l’esatto opposto dell’altro. In autunno andiamo verso l’oscurità, in primavera verso la luce, che man mano sovrasta il buio. Questo giorno di mutazione è considerato il primo giorno di primavera, la stagione della rinascita, associata presso tanti popoli dell'antichità a concetti primordiali come fertilità, resurrezione e inizio. 

    Le antiche tradizioni ci offrono una serie di miti legati alla primavera, che hanno al loro centro l'idea di un sacrificio a cui subentra una rinascita. Il mito che più esprime questa idea è quello frigio di Attis e Cibele. Attis, bellissimo giovane nato dal sangue della dea e da questa amato, avrebbe voluto abbandonarla per sposare una donna mortale. Per impedirglielo Cibele lo fece impazzire ed egli si evirò, morendo dissanguato. Dal suo sangue nacquero viole e mammole e gli dei, non potendolo resuscitare, lo trasformarono in un pino sempreverde.  

    Dopo l’Equinozio, nel mondo ellenico, si svolgevano le Adonìe, feste per la resurrezione di Adone, il bellissimo giovane amato dalla dea Afrodite ucciso da un cinghiale, forse dallo stesso dio Ares, geloso. Adone può essere associato anche al dio assiro-babilonese Tammuz, a cui i fedeli si rivolgevano chiamandolo Adon, ovvero signore. Egli dimorava sei mesi negli inferi, come il sole quando è sotto l'equatore celeste. In primavera si festeggiava il suo ritorno alla luce e il suo ricongiungimento con Ishtar, l'equivalente dell’Afrodite greca.

    G. L. Bernini, Ratto di Proserpina


    Allo stesso modo, in Grecia e nell’antica Roma, si festeggiava Persefone (Prosepina per i romani) che ritorna nel mondo, dopo aver trascorso sei mesi nel regno dei morti. La giovane, figlia di Zeus e Demetra, venne rapita dallo zio Ade divinità dell'oltretomba e costretta a sposarlo. La madre, dea della fertilità e dell'agricoltura, scatenò la sua rabbia per la prigionia della figlia  impedendo la crescita delle messi e con un lungo inverno senza fine. Zeus intervenne e decise che Persefone sarebbe rimasta nell'oltretomba solo per un numero di mesi equivalente ai semi di un melograno che aveva mangiato. Sei mesi con il tenebroso marito nel regno dell’Oltretomba, sei mesi con la madre sulla terra che, felice, ogni anno accoglie la figlia con il rigoglio e la rinascita della natura.

    Tutti questi miti così simili, non svelano solo una conformità di usanze e credenze degli uomini primitivi, che poi si distribuirono lungo i bacini dei grandi fiumi (Tigri ed Eufrate, Nilo, Tevere ecc ecc), ma evidenziano l'unione di un simbolismo celeste, il cammino del sole, inarrestabile, misterioso e il risveglio della natura, altrettanto travolgente. In tutto ciò riecheggia il tema dell'unione indissolubile fra divinità maschili, legate al sole e alla sua potenza, e quelle femminili, connesse alla terra o alla luna. 

    La primavera era infatti la stagione degli accoppiamenti rituali, delle nozze sacre in cui un dio e una dea, personificati spesso da un sacerdote e da una sacerdotessa, si accoppiavano per propiziare la fertilità. Venivano accesi dei fuochi rituali sulle colline e, secondo la tradizione, di cui troviamo tracce evidenti nel folklore europeo, più a lungo rimanevano accesi, più fruttifera sarebbe stata la terra. Questi riti avevano un particolare valore soprattutto nel paganesimo dell’area mediterranea, dove già all’equinozio il ritorno della bella stagione e il rinnovarsi della natura è evidente. Per i popoli nordici la ricorrenza primaverile più importante era invece Beltane, che si celebrava nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio.

    Come molte delle antiche festività pagane, anche l’equinozio di Primavera fu cristianizzato: la prima domenica dopo la prima luna piena che segue l’equinozio, data fissata nel IV secolo, i cristiani cominciarono a celebrare la Pasqua, commemorando la resurrezione di Cristo avvenuta proprio durante la festività ebraica così denominata, che ricorda l'esodo del popolo di Israele dall'Egitto. Ma, nei simboli e nelle tradizioni collegate a questa festa, sono evidenti i ricordi di altre e ben più antiche festività, cancellate dal Cristianesimo con una vera e propria opera di sincretismo.

    Il termine Easter, con cui in inglese si designa la Pasqua, ci riporta a Eostre, assimilabile a Venere, Afrodite e Ishtar. Presiedeva gli antichi culti legati al sopraggiungere della primavera e alla fertilità dei campi ed era legata al sole nascente, al suo calore. Del resto il tema dei fuochi e del ritorno dell’astro è un tema ricorrente nelle tradizioni pasquali. A Eostre era sacra la lepre, simbolo di fertilità e animale sacro in molte civiltà: i Britanni l’associavano alla luna e alla caccia, i Celti la consideravano animale divinatorio. 

    Antiche leggende narrano che i disegni sulla superficie della luna piena raffigurino una lepre, ricordo della sua associazione con le divinità lunari e questa interpretazione della lepre nella luna è nelle tradizioni cinesi, europee, africane e indiane. Una lepre si sacrificò per nutrire il Buddha, balzando nel fuoco ed egli impresse la sua immagine sull’astro notturno, per gratitudine. In Cina la lepre lunare ha un pestello e un mortaio, con cui prepara l’elisir dell’immortalità. Gli indiani Algonchini delle immense praterie del continente nord americano adoravano la Grande Lepre, che aveva creato la Terra. I norvegesi rappresentavano le divinità lunari accompagnate da una processione di lepri che portano lanterne e la dea Freya aveva come inservienti delle lepri, così come Eostre era raffigurata con una testa di lepre.  

    La lepre di Eostre, che deponeva l'uovo della nuova vita per annunciare la rinascita dell'anno, è diventata l'odierno coniglio pasquale che porta in dono le uova, altro simbolo di fertilità. Esse si ricollegano alle tradizioni dello scambio delle uova sacre sotto l’albero magico del villaggio, usanza che collega Eostre alle divinità arboree della fertilità. L'uovo non è scelto a caso: da sempre simbolo di vita, creazione e rinascita per ricordare anche l’Uroboro (dal greco urà coda e boròs, mordace riferito ai serpenti), simbolo ancestrale del serpente che si morde la coda, che si rigenera continuamente in un cerchio infinito.

    Per i primitivi raccoglitori e cacciatori, la primavera portava gli uccelli a deporre le uova e dunque un altro sostentamento dopo l’austerità dell’inverno. La nascita del mondo da un uovo cosmico è contenuta in molte mitologie del nostro pianeta. L’uovo primordiale, embrione e germe di vita, è il primo essere a emergere dal Caos, è l’Uovo del Mondo, covato dalla Grande Dea e dischiuso dal Dio Sole. Un mito dell'India narra che, nella notte dei tempi, tutto era immerso nelle tenebre e sepolto in un sonno profondo. L'Assoluto creò il cosmo dalla propria sostanza, creò le acque e vi depose a galleggiare un uovo splendente, che generò dal suo cuore Brahma il Creatore, che divise l’uovo stesso in due parti, formando la Terra e il Cielo.



    giovedì 12 marzo 2015

    Self-publishing, questo (s)conosciuto…



    Scrivere un buon libro è un mestiere duro e ci vuole tempo. In media richiede da quattro a dodici ore di scrittura al giorno, per un periodo di diversi mesi. Per non parlare poi del tempo che si passa tra ricerche, brainstorming, revisione. Molti scrittori sono più produttivi e creativi quando si alzano al mattino, anche voi cercate di capire quando riuscite a concentrarvi meglio e con più efficienza. Non smettete di leggere altri autori, mentre scrivete, la lettura è un super-nutrimento per la mente di uno scrittore.

    Se scrivere è impegnativo, anche il self-publishing, auto-pubblicazione in italiano, implica iniziativa e una certa capacità di marketing. Ricordate sempre che pubblicare porterà di sicuro frustrazioni e incertezze lungo il percorso ma potrebbe rivelarsi un'avventura emozionante e vantaggiosa.

    La prima operazione da fare è mettere alla prova il vostro libro. Assicuratevi che sia ben scritto, privo di refusi e revisionato. Potreste far leggere il manoscritto ad alcuni amici fidati, con la richiesta tassativa di essere imparziali, ovvero di dare un giudizio non inquinato dall’amicizia, dall’affetto o dalla pigrizia. Sappiamo tutti infatti che è molto più semplice e sbrigativo lodare l’opera di qualcuno piuttosto che trovarne i punti deboli o i difetti. I critici super partes vi daranno un prezioso feedback e in questo modo potrete ampliare i vostri orizzonti sulla trama, sulle caratteristiche o le motivazioni dei personaggi, o altre parti della struttura.


    Se fate parte di una comunità di scrittura o frequentate un forum, considerate di utilizzarne le risorse come fonte di consulenza gratuita. Nei forum troviamo spesso fan dedicati che amano leggere e aiutare gli autori esordienti. Per la correzione dei refusi vi consiglio invece di consegnare il manoscritto a qualcuno che non lo abbia mai letto. La revisione “anti-refuso” va fatta da almeno tre/quattro persone differenti, lettori attenti e un po’ pignoli. I refusi sono infidi e difficili da eliminare, per questo motivo le riletture devono essere numerose.

     
    La soluzione migliore sarebbe trovare un professionista (un editor a pagamento) che dovrebbe essere in grado di darvi un feedback professionale e credetemi, a volte i soldi sono davvero ben spesi. Spesso infatti non è sufficiente un lavoro sulla grammatica e la sintassi, ma si dovrebbe intervenire anche sulla struttura del manoscritto. Americani e inglesi chiamano questo tipo di intervento developmental editing, con cui si va a modificare trama, personaggi e sviluppo eliminando anche la monotonia/ripetitività di alcune scene. Quello che loro invece chiamano copyediting è la semplice correzione di bozze, l’eliminazione dei refusi senza interventi sul testo o la trama.

    Se non lo avete già fatto, create un titolo accattivante. Il titolo del vostro libro può influenzare moltissimo i futuri lettori. Un esempio? Ricette golose con il formaggio Penicillium Glaucum non suona attraente come Ricette golose al Gorgonzola, non vi pare? Altro asso nella manica dell’autore è la copertina. Meglio avere l’aiuto di un web designer professionista, sarà veloce e aiuterà il vostro libro ad avere un impatto visivo più efficace con i lettori. Ciò è particolarmente importante se è su Amazon, la copertina lo farà uscire dallo “scaffale virtuale” e le vendite aumenteranno.

    Registrare ufficialmente il copyright sarebbe di sicuro il modo migliore per non avere problemi con i diritti del libro ma nel self-publishing è sufficiente aggiungere, nelle prime o nelle ultime pagine dell’e-book, questa scritta: © 2012 Paola Rossi tutti i diritti riservati ed è sufficiente per dichiararne la proprietà intellettuale

    I vantaggi del self-publishing sono evidenti a tutti, ne cito solo due: Amazon KDP permette all’autore di ottenere il 70% sul prezzo di copertina, quando sappiamo benissimo che un editore tradizionale offre una percentuale che varia dal 5 al 15%. L’altra interessante possibilità è che voi mantenete tutti i diritti, ovvero non dovete rinunciare al vostro libro e alla sua gestione per i prossimi dieci o vent’anni. La stessa condizioni vengono proposte anche da Kobo, con Kobo Writing Life. Mica male, no? 

    Consideriamo però anche gli svantaggi, perché non è tutto oro quello che luccica. Con l’auto-pubblicazione siete voi i responsabili marketing del vostro e-book e la pubblicità la dovrete fare da soli, mentre con un editore tradizionale di solito è lui che si incarica di farvi pubblicità. Altra difficoltà sono i prezzi competitivi: un e-book può costare pochi centesimi di euro, il che significa che dovrete vendere un sacco di libri per rendere la pubblicazione redditizia nel lungo periodo.

    Ma ne parleremo ancora perché questo non è che l’inizio, credetemi.








    venerdì 6 marzo 2015

    Rocca Calascio, soggestioni medioevali


    La regione Abruzzo possiede un vasto patrimonio di castelli, le sue valli e le sue montagne sono spesso costellate di fotilizi, torri e rocche che lasciano una forte impressione sul visitatore con il suggestivo sfondo del panorama selvaggio abruzzese. 

    Un connubio storico-naturalistico che ci riporta indietro nel tempo e il posto d'onore spetta a Rocca Calascio, situata in provincia dell'Aquila nel territorio del comune di Calascio, all'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Essa si trova a un'altitudine di 1.460 metri ed è una delle rocche più elevate d'Italia, insieme all'antico borgo situato alle sue pendici, fino a qualche anno fa disabitato e oggi ristrutturato con la creazione di un rifugio-hotel.
    La Rocca si fonde con l'impervio territorio roccioso che la circonda, costruita in candida pietra calcarea in cima a una cresta che domina la valle del Tirino e della piana di Navelli. Da lassù, si può godere uno spettacolare panorama su Campo Imperatore e sul Gran Sasso. 
    La sua fondazione risale intorno all'anno 1000 (l’originale maschio oggi capitozzato forse era già di origine romana), anche se il primo documento storico che ne attesta la presenza è datato 1380. La struttura originaria era costituita da un torrione isolato di forma quadrata, il cui ruolo principale era quello di essere torre di avvistamento per controllare il più importante percorso tratturale aquilano, che passava sotto le sue mura. 

    Alla rocca si accedeva mediante un ingresso posto sul lato est, a circa cinque metri di altezza, raggiungibile con una scala di legno che veniva poggiata su due mensole in pietra, tuttora visibili al di sotto della soglia di ingresso. Il fortilizio comunicava con i castelli e le rocche situate fino alla costa adriatica, grazie all'ausilio di torce accese durante la notte o di specchi durante le ore diurne.
    Nel XIV secolo divenne possedimento di Leonello Acclozamora, della baronia di Carapelle. Verso la fine del XV secolo fu concessa da re Ferdinando ad Antonio Todeschini, della famiglia Piccolomini. Egli rafforzò la fortificazione dotandola di una cerchia muraria e quattro torri. In questo periodo Rocca Calascio vide crescere la propria importanza e il proprio peso economico e alle sue pendici si sviluppò ben presto un piccolo borgo cinto da mura. Nel 1579 la famiglia fiorentina dei Medici acquistò la Rocca e il vicino borgo di Santo Stefano di Sessanio, per estendere i propri possedimenti e ampliare il commercio della lana
    Nel 1703 un disastroso terremoto danneggiò sia la Rocca che il borgo. Restauri conservativi ed integrativi sono stati compiuti tra il 1986 ed il 1989, contrastando il degrado strutturale e favorendo il recupero architettonico e funzionale dell'intero fabbricato, soprattutto della torre centrale quadrata. Gli interventi permettono oggi di visitare l’area.
    Rocca Calascio è anche famosa per essere un set d’eccellenza. Ha ospitato, in più occasioni, grandi set cinematografici tra cui i film: "Lady Hawke", "Il Viaggio della Sposa", "Padre Pio", "Il Nome della Rosa", "L'orizzonte degli eventi". Proprio grazie al denaro ricavato dalle riprese cinematografiche fu realizzato parte del restauro.


    Per chi volesse fare un piacevole week-end o un soggiorno più lungo, potete scoprire il Rifugio della Rocca. Ecco il link: 

    http://www.rifugiodellarocca.it/ 



    martedì 17 febbraio 2015

    Cinquanta sfumature di schiavitù e oloturie…


    Se ne parla tanto, fino allo sfinimento. Potere della pubblicità, di una Biancaneve rivista in chiave erotica e un po' furbetta. Cinquanta sfumature e varie pennellate di rosso. Passione? Non direi. Sono entrata ieri sera al cinema con la mente sgombra, non essendo riuscita a finire il libro ero comunque curiosa, chiamiamola curiosità intellettuale. Ero decisa a restare incollata alla poltrona come una cozza allo scoglio, a guardare il grande schermo in attesa di una rivelazione.

    Dopo dieci minuti la mia mente, nel buio abissale del multisala, ha cominciato a pensare con una certa nostalgia agli organismi acquatici galleggianti, che vengono trasportati passivamente negli oceani dalle correnti. Plancton, altro che cozze.  

    Dopo venti minuti, avevo deciso che non basta un corpo scolpito per farmi tremare come un crème caramel. Colpa delle sfumature espressive del volto di Jamie Dorman, che non sono cinquanta, ma  si possono contare sulle dita di una mano. Quaranta minuti e Dakota Johnson mi ha fatto tornare in mente Miami Vice e quel gran figo di suo padre Don, Johnson appunto. Altro che cozze. Decisa a trasformarmi in plancton e abbandonare la poltrona/scoglio in gran fretta, mi sono alzata. Un coro di “giù, giù” e “spostati” mi ha accompagnata per qualche secondo. Insomma, non si può mica perdere neppure un fotogramma, no? Magari si perde il filo della trama.

    L’amica a fianco mi ha afferrata, volitiva: “Resisti Castellano, magari ti viene qualche idea per i tuoi libri”. Sicuro. Infatti ho deciso che i miei Alfa, alle loro amate, mai più, nemmeno sotto tortura, declameranno questa frase: dimmi che vuoi essere mia. Lo giuro, parola di giovane plancton-marmotta.

    Oloturia, o cetriolo di mare
    Alla sigla finale, ho deciso che questo film non ha nulla a che vedere con l’erotismo o il BDSM. Che la storia non ha importanza, importano solo le immagini, costruite ad hoc per suscitare determinati sentimenti e appagare certe fantasie. Un documentario sull’accoppiamento delle oloturie (anche conosciute come cetrioli di mare, tanto per restare in argomento oceanico) che non vuol narrare niente, ci mostra solo un’ora e mezza d’immagini di oloturie.

    Così, se continuate a leggere, vi avviso che l’argomento da qui in poi è scabroso. Fate un bel respiro, rilassatevi, se siete in ufficio preparate una schermata di salvezza, in caso passi il capo o una collega che non si fa mai gli affari suoi. Se invece avete per le mani un uomo che vi interessa (carnalmente, intendo), continuate a leggere: magari è un dominatore e voi non lo avete mai saputo.

    Mi spiego: oggi esploriamo il mondo fumoso del BDSM, mi accingo a chiarirvi le idee su quello che ormai è diventato il leitmotiv delle nostre letture. L’erotico ormai è come il parmigiano grattugiato su  un piatto di maccheroni dal profumo stuzzicante e si sa, sesso e cucina, oggi sono di moda.

    Cosa vuol dire BDSM?

    La "B" significa Bondage e proviene dal verbo inglese "to bond", pratica che consiste nel bloccare, legare una persona consenziente – sia ben chiaro, tutto deve svolgersi con il pieno consenso di entrambi – con nodi e passaggi di corda in parti sensibili e non del corpo. Qui facciamo una annotazione storica: il bondage tradizionale è stato esportato dal Giappone. Tra il 1467 fino al 1600 circa, il paese fu preda di brutali e violenti conflitti. In questo clima, insieme a un’infinità di nuove arti marziali, si svilupparono le tecniche per catturare, trasportare, interrogare e torturare i prigionieri: Tasuki-dori e Hobaku-jutsu sono metodi tradizionali di cattura e detenzione di un avversario, mentre Hojo-jutsu è una tecnica per usare una corda su un avversario imprigionato. Per questo motivo si presume che le attuali pratiche giapponesi di immobilizzazione erotica abbiamo avuto origine  durante questo periodo.
     
    Oggi il bondage ha importanti regole di sicurezza che non devono mai essere valicate, in nessuna circostanza. Esso può essere praticato con corde morbide ma resistenti, con accessori come manette, finimenti di cuoio, lacci di contenzione o foulard di seta. Ad alcuni dominatori piace legare i loro sottomessi anche per poterli nutrire (ecco, come dicevo, i maccheroni…) in un gioco dominatore/dominato molto gradevole per entrambi.

    La "D" significa Dominazione. Il dominatore è colui che possiede il controllo o meglio, colui a cui a cui si cede il controllo, perché non ha tutto il potere: può fare solo ciò che il dominato  accetta di concedergli e credetemi, qui sta la grande differenza, il nodo della questione.

    La dominazione non è solo sessuale, il piacere tra sottomesso e dominatore è prima di tutto intellettuale e il “gioco” va praticato in un contesto di regole precise, che devono essere seguite da ambo le parti, dato che ognuno ha limiti fisici, morali, emozionali, psicologici e gusti e “fantasmi” differenti. Le regole vanno rispettate e segnano il confine tra colui che controlla e colui/lei/loro che si abbandonano al controllo del Padrone. Il modo in cui questo controllo è esercitato rappresenta la sicurezza fisica, morale ed emozionale dei due partener. Ma non è facile trovare un sottomesso che si adegui al desiderio di dominazione o un dominatore che sappia di cosa ha voglia e bisogno il suo sottomesso.

    La "S" significa non sottomissione ma sadismo, quello di cui tanto scrisse il  famoso Marchese de Sade (Donatien-Alphonse-François de Sade, 1740-1814). Ma attenzione: nel contesto del BDSM il sadico non è un torturatore o un dittatore. Il sadico in questo caso non fa soffrire ma presta la massima attenzione a ciò che fa, assicurandosi che il sottomesso sia pronto a subire con la certezza che a quest’ultimo piaccia ogni sua azione.

    La "M" significa masochismo. Un masochista è davvero qualcuno a cui piace soffrire? Un masochista è piuttosto qualcuno che si accerta che colui che lo farà soffrire lo farà seguendo le sue regole e le sue inclinazioni. Ci sono molti modi di esprimere il gusto per il masochismo ma al masochista piace, in generale, un miscuglio di dolore erotizzato, calmierato da regole precise di cui parlavano più sopra.

    Non esiste un solo tipo di BDSM, ce ne sono molti e coniugati in mille sfaccettature dato che è praticato da persone di natura e gusti diversi. Non si deve mai generalizzare ma sforzarsi di comprendere. Il mondo è bello perché è vario e i nostri desideri, magari nascosti, con la persona giusta possono essere espressi senza timore. In quanto al film, non vi è BDSM. Proprio niente, quello vero è tutt'altra questione...