lunedì 7 marzo 2016

Auguste Maquet, il ghostwriter che non passò alla storia

"La storia del mondo è la storia di pochi privilegiati" scriveva Henry Miller e aveva ragione. Molti artisti conoscono un frettoloso oblio e la loro memoria scompare nel giro di poche generazioni. Perché? In genere questi artisti non scrivono libri memorabili, non dipingono quadri struggenti, né compongono melodie indimenticabili. Altri invece sono dimenticati perché il loro nome viene oscurato da un altro più famoso, una sorta di damnatio memoriae involontaria. 

Oggi vi racconto la vicenda di Auguste Maquet, autore poco noto nel panorama letterario internazionale, che trascorse la sua vita all’ombra di uno degli scrittori più celebri dell’Ottocento francese, Alexandre Dumas padre.

Sì, parlo proprio dell’autore de I tre moschettieri e del Il Conte di Montecristo, tanto per citare le sue opere più celebri. Ebbene pensate che, senza il prezioso contributo di Maquet, queste opere avrebbero potuto non vedere la luce. Ma procediamo con ordine.

Nato il 13 settembre 1813, Auguste Maquet venne educato alle “belle lettere” dal padre, un ricco industriale. Studiò al liceo lettere classiche e a sedici anni dava già lezioni di latino e greco, a diciotto insegnava come supplente retorica. Durante gli anni della scuola conobbe Gérard de Nerval e Théophile Gautier, due tra i maggiori autori del Romanticismo francese. Iniziò a comporre poesie e a scrivere racconti e novelle per alcuni quotidiani, frequentando nello stesso tempo i maggiori autori parigini e prese parte all'attività dei Bousingos, gruppo di letterati francesi della seconda generazione, scrivendo con lo pseudonimo di Augustus Mac-Keat. Frequentò anche  il gruppo bohème de la rue du Doyenné, che si riuniva nell’appartamento del pittore Camille Rogier. 

Qualche anno più tardi (1832) decise di dedicarsi esclusivamente alla scrittura, dichiarando: «Chiederò alla letteratura quello che l’insegnamento mi rifiuta: fama e profitto.»

Nel mese di novembre 1838, Maquet consegnò al suo amico Nerval il pezzo Una serata di Carnevale, ispirato dal Journal de la Régence di Jean Buvat, che non riusciva a far pubblicare. Nerval pensò che il pezzo dovesse essere riscritto e lo mostrò ad Alexandre Dumas, che lo rielaborò seguendo la traccia di Maquet, lo intitolò Bathilde e non lo firmò, lasciando a Maquet tutta la gloria.

Maquet, sentendosi in debito, offrì a Dumas un romanzo storico che non era riuscito a pubblicare per il semplice fatto che ancora non era famoso. Così, Bonhomme Buvat ou la Conspiration de Cellamare venne rielaborato da Dumas e pubblicato nel giornale Le Siecle, il 28 giugno del 1841 con il titolo di Chevalier d'Harmental. Il successo fu immediato e l'anno successivo Maquet consegnò un altro manoscritto a Dumas, Sylvandire che quest’ultimo firmò come unico autore, con l’assenso di Maquet. La loro collaborazione era ufficialmente iniziata.

Nel 1844, Maquet diede a Dumas i primi capitoli di un'avventura storica intitolata Le Memorie di D'Artagnan. Questo lavoro, che Dumas pubblicò a puntate su Le Siècle e poi in volume con l’editore Baudry, prese il titolo de I tre Moschettieri. Ma qualcosa accadde a minare le basi di questo sodalizio. Il seme della discordia germogliò nel 1845 partendo da un opuscolo scritto da Eugenio de Mirecourt, intitolato La Fabrique de romans maison Alexandre Dumas et Cie, in cui l'autore metteva in dubbio la paternità delle opere di Dumas. Dumas e Maquet deposero le denunce in tribunale, il primo per diffamazione e il secondo per essere stato citato in causa senza motivo.

Gli episodi giudiziari da quel momento in poi si susseguirono, Dumas cercava di proteggere i propri interessi e Maquet di ottenere il riconoscimento e il compenso per i suoi diritti d'autore. Dumas accettò di rinunciare alla paternità delle opere teatrali, ma rifiutò categoricamente di cedere la paternità dei romanzi, cercando in tutti i modi di mettere a tacere le pretese di Maquet.

La disfida tra i due autori degenerò negli anni successivi tra processi per insolvenza (Dumas non sganciava un centesimo) e accordi non rispettati e caratterizzarono la relazione tra i due scrittori fino al fallimento del Théâtre Historique, dove venivano rappresentate le loro opere teatrali, nel dicembre 1850. Da quel momento Maquet cominciò a pubblicare da solo. Tentò ancora un secondo processo, nel 1857, per recuperare una somma che Dumas gli doveva. 

Questa volta la giustizia considerò Maquet come un semplice creditore e gli concesse il 25% dei diritti d'autore, in cambio della sua rinuncia alla paternità dei libri scritti con Dumas. Il rimborso fu di 145.200 franchi. Nel corso dei vent’anni successivi due tentativi di riconciliarsi fallirono. Dumas cercò un’ultima volta di riavvicinarsi a Maquet nel 1868, proponendo di pagare i suoi debiti ma, ancora una volta, finì tutto con un nulla di fatto.

La rottura con Dumas non concluse la carriera di scrittore di Auguste Maquet. Anche lui pubblicò opere originali, calorosamente accolto dalla critica. Maquet fu, per più di dodici anni, presidente della Société des Auteurs et des Compositeurs Dramatiques e nel 1861 venne nominato Cavaliere della Legione d'Onore.

Fu nel suo castello di Sainte-Mesme, "acquistato con la mia singola penna" e dove si era ritirato, che egli morì l'8 gennaio 1888. Egli riposa nel cimitero di Père-Lachaise di Parigi, sotto un monumento ornato da un medaglione di bronzo. Intorno al suo ritratto, da una parte sono incisi i titoli delle opere pubblicate con il proprio nome e, dall'altro, quelle scritte con Dumas. L'affermazione della paternità di questi romanzi aveva anche preso un'altra forma, più discreta ma molto più amara: nella sua biblioteca conservava una copia de I Tre Moschettieri, che aveva fatto rilegare in marocchino rosso e sulla quale era scritto: I tre moschettieri, di Alexandre Dumas e A. Maquet.
 
Al suo funerale, Alexandre Dumas figlio, impedito da alcune circostanze, non fu in grado di consegnare il discorso che aveva preparato per l'occasione. L'autore di La Signora delle camelie si concesse però l'illusione che il padre e Maquet si fossero riconciliati nell'aldilà, circondati dai personaggi di cui avevano narrato le avventure nei loro romanzi.

La Locandina del film
La collaborazione tra i due scrittori ha ispirato un film, L’Autre Dumas (uscito in Francia nel 2010 tra numerose polemiche, con Gérard Depardieu nei panni di Dumas e Benoît Poelvoorde in quelli di Maquet), in cui viene esaltato il ruolo svolto dal ghostwriter ottocentesco. Il dibattito sul ruolo giocato da Maquet nella stesura dei capolavori di Dumas è ancora accesso e la controversa vicenda forse non giungerà mai a una soluzione.  

Ma ciò che possiamo affermare è che i due romanzieri si completavano alla perfezione, il genio di Dumas e il talento di Maquet generarono infatti romanzi davvero indimenticabili!

Ecco, se siete curiose, una lista delle opere di Maquet pubblicate con Dumas e le loro pièces teatrali:

I Romanzi: I tre moschettieri (1844), Vent'anni dopo (1845), Il conte di Montecristo (1844-1845), La regina Margot (1845), La guerra delle donne (1845-1846), La Signora di Monsoreau (1846), Le Chevalier de Maison Rouge (1846), Memorie di un medico Giuseppe Balsamo (1846-1849), Il Visconte di Bragelonne (1847-1850), La collana della Regina (1849-1950), Pitou (1850-1851), Il tulipano nero (1850) e La Comtesse de Charny (1852).

Le opere teatrali: 
I moschettieri (1845), La regina Margot (1847), Montecristo (1848), I giovani Tre Moschettieri (1849).

Qui il trailer del film mai distribuito in Italia:

venerdì 19 febbraio 2016

Conti o... contadini?

Degli aristocratici parliamo spesso. Di duchi, marchesi e conti sappiamo vita, morte, miracoli e amori ma… gli altri? Per altri intendo la maggior parte della popolazione, quel novanta per cento che tutti dimenticano. Quando pensiamo a quell’epoca non immaginiamoci solo l'affollata sala da ballo di Almack's, soffermiamoci a pensare come doveva essere dormire abbracciati accanto alle pecore, alle galline o a essere sposate con un villico sdentato. Diamo un’occhiata agli strati più bassi della popolazione, tra coloro che vestivano di stracci e non di seta, coloro che non possedevano nulla se non un paio di scarpe sfondate e mangiavano pane raffermo, se mangiavano. Per una volta parliamo di poveracci e non di signori.

Tra il XVIII e il XIX secolo la situazione dei contadini era drammatica in tutta Europa. Non sarà un caso che la Rivoluzione del 17989 sia avvenuta a Parigi: nelle zone rurali della Francia avevano pensieri più pressanti di cui occuparsi, ad esempio sfamarsi e nemmeno loro con le brioches… 

Dal punto di vista temporale sono lontani i tempi dei servi della gleba del Medioevo ma, a tutti gli effetti, i contadini al tempo della Rivoluzione erano ancora una proprietà del latifondista, feudatario, visconte o vescovo che fosse. Nel ‘700 infatti, prima della svolta ideologica illuminista e dell'avvento borghese, la ricchezza era ancora basata sulla quantità di terre possedute. Dalla terra veniva il denaro e il signore riscuoteva periodicamente i suoi frutti privando i lavoratori non dell’extra, ma anche di quel poco che a stento avrebbe sfamato la famiglia (peraltro numerosa). 

Le case dei contadini (quelli più... abbienti) erano minimaliste. L’arredamento più consueto era costituito da stipi e armadietti a muro scavati nelle pareti. Di solito era strutturata su due piani, l'abitazione in basso e sopra il fienile, ed era edificata su rocce o muraglioni rocciosi quando possibile per non privarsi di un appezzamento, anche piccolo, in cui si potesse coltivare. Le rocce, inoltre, erano solide fondamenta e rendevano più stabile l'intera struttura. Il piano terra era destinato alle persone e agli animali, il sottotetto adibito a fienile o ripostiglio per le provviste, sempre che si avesse la fortuna di possederne. L'ingresso della casa era in terra battuta, per far passare anche gli animali.

Per riscaldarsi in casa spesso c’erano focolari scavati direttamente sul piano calpestabile, ma il loro potere calorifico era davvero scarso. La soluzione più pratica e a buon mercato era dividere l’abitazione con altri mammiferi, meglio se grossi e pelosi. Calma, calma fanciulle, non scatenate la fantasia: parlo delle pecore, allora quotatissime, non di mammiferi a due gambe! La stanza più importante della casa quindi era quella con gli animali. Lì soggiornavano tutti e si lavorava: le donne cucivano, ricamavano, filavano e tessevano la lana; gli uomini riparavano o costruivano gli attrezzi per il lavoro nei campi. 

Pensate: a quei tempi, le persone rimanevano confinate nelle mura domestiche dai sei ai sette mesi l'anno, quindi necessitavano di provviste e di tutto il necessario per sopravvivere, quasi fossero degli assediati. A primavera si contavano i sopravvissuti, si aggiornavano i registri della parrocchia e si celebravano i funerali perché in inverno, quando la terra è gelata, è impossibile scavare fosse. Immaginatevi chiuse in casa, in compagnia dei vostri parenti senza privacy né diversivi alle noiose serate. Niente televisione, radio, iPhone, ricetrasmittenti ecc., ecc... insomma nada de nada. Terribile, vero?

Ascoltare favole, racconti di guerra o pettegolezzi della contea era il massimo divertimento ma di certo, essere rinchiusi in una stanza così a lungo, rendeva difficili i rapporti, soprattutto tra donne. Esisteva una sorta di gerarchia tra loro: l'età, la data del matrimonio, il componente a cui si era sposate. La famigerata suocera aveva potere illimitato sulle nuore, per questo molte giovani donne maritate ponevano come condizione di non avere la madre di lui tra i piedi. Ma anche tra le nuore la rivalità era accesa. 

Difficile la vita dunque e non crediate fosse semplice neppure con le stagioni più miti. In primavera si piantavano segale, frumento, orzo; ortaggi nei campi, patate e granoturco, ma nessuna di queste culture avrebbe dato i suoi frutti prima dell'estate. Allora cosa portare in tavola? Ottima soluzione (economica) erano i vegetali selvatici: spinacio, cardo, ortica, dente di leone. Con questi ingredienti si preparavano piatti unici e zuppe. Piatti vitaminici, diremmo oggi, anche perché durante l'inverno ci si nutriva in gran parte con carne essiccata, castagne secche, polenta, formaggi e pane raffermo. Il pane si cucinava infatti solo due o tre volte l'anno e, una volta fatto indurire per conservarlo, si mangiava a fette ammollato nel brodo, nel latte, nel vino o in semplice acqua calda o fredda.

In genere i contadini possedevano un solo abito, per tutta la vita. Per le donne era uno scamiciato informe, piuttosto grezzo che doveva nascondere seno e curve; gli uomini, fortunati loro, portavano pantaloni, bolero, giacca e cappello. Spesso entrambi i sessi possedevano anche una camicia bianca, quella del giorno di festa per andare a messa, che aveva il pizzo anche sui polsini. 

La camicia si lavava una volta al mese, i più fortunati ne avevano due o tre, il vestito quando era troppo sudicio lo si tingeva con un colore più scuro. Lavarlo era impensabile: la stoffa si sarebbe rovinata o ristretta e avrebbe impiegato troppo tempo per asciugare e visto che non possedevano altri abiti con cui andare in giro.  

Essere inabili al lavoro era un dramma, gli anziani vivevano poco, le persone con problemi fisici o mentali non sopravvivevano a lungo, le malattie erano quasi tutte mortali e si passava a miglior vita (è proprio il caso di dirlo...) a volte anche per un banale raffreddore. Meglio nascere duca, nevvero?

E, se dopo tutto questo, qualcuno volesse vivere nel Settecento, prego alzi la mano!

 

lunedì 28 dicembre 2015

Clare Darcy, le eroine Piaghe e Jane Austen...

Quando ero bambina conoscevo a memoria una filastrocca, Madama Dorè. Ai miei tempi si canticchiava in cerchio con altre bambine; una faceva la Madama al centro, un’altra fuori interpretava un messo reale. Madama Dorè era madre di molte belle figlie e, fiera, si compiaceve che il messo e il Re le trovassero fanciulle talmente per bene da volerle maritare a un buon partito. Il preambolo della filastrocca mi serve per parlarvi di una scrittrice di Romance: Clare Darcy, considerata come l’erede spirituale dell'osannata Georgette Heyer. Non è la sola però, visto che esiste un’altra “figlia putativa”, Barbara Cartland. Tutte autrici molto prolifiche della letteratura femminile, dagli anni ’20 fino agli anni ’80 del Novecento, che ripresero nei loro libri il filone delle eroine combina guai inaugurato dal romanzo gotico.

Ma chi era Clare Darcy? Vero nome Mary Deasy, nacque a Cincinnati (Ohio) nel 1914. Della sua famiglia e della sua vita privata si hanno poche notizie, ma abitò sempre in America e morì nel 1978. Produsse un gran numero di romanzi, documenti, ricerche, appunti e plot non terminati, che oggi sono conservati presso la Boston University. Nella collezione è di particolare interesse il materiale epistolare che scambiò con gli editori, dal 1936 all’anno della morte. Non si sa se lo pseudonimo scelto sia un omaggio a Mr. Darcy e a Jane Austen. Io opterei per il sì, anche considerando le storie che scriveva.


Della sua bibliografia, tradotta in molte lingue, ormai si stanno perdendo le tracce e, a meno di non avere bauli di libri nascosti in soffitta, è difficile reperirne i libri, salvo forse qualche raro esemplare nelle biblioteche di quartiere o nelle vendite di libri usati online. Oltre ad essere quasi sconosciuta, nonostante abbia avuto la sua fase di gloria letteraria una trentina di anni fa, ormai sta finendo nel dimenticatoio a dispetto del fatto che la Mondadori, nella collana Oscar, abbia riproposto qualche anno fa quasi tutti i suoi romanzi (ne mancano solo un paio). La Darcy scriveva Regency e, nonostante a me non piaccia lo stile, è una buona scrittura d'intrattenimento. Oggi i romanzi della Darcy sembrano più filastrocche che Romance veri e propri e posso dire che tra lei e Nora Roberts (una tra le mie autrici preferite) c’è un abisso.

Insomma, Romance un po’ datati, scrittura e plot per noi inabituali e ricordatevi: niente sesso siamo inglesi. Vi sono anche molti espedienti simili a una sit-com di serie B: gente che cade provvidenzialmente da cavallo storcendosi una caviglia, parenti (molte zie) chiacchierone e invadenti, gentiluomini tanto signorili e compiti che, se non fossero oggetto dell'amore appassionato delle protagoniste, sarebbero stucchevoli come stoccafissi. Stoccafissi di stirpe reale, però.


La Darcy non brilla certo per inventiva, i suoi libri finiscono per assomigliarsi un po’ tutti ma possono essere un diversivo per i pomeriggi piovosi, in cui ogni altra lettura vi pare uno sforzo mentale eccessivo. Nei romanzi della Darcy le cose vanno sempre allo stesso modo: una signorina perbene, nubile o zitella, più spesso vedova, si mette a curiosare dove non dovrebbe e scopre: una casa che non sapeva di avere; il mistero di una collana; un complotto internazionale con Napoleone; una montagna di debiti. 


In tutti i casi, anziché lasciare l'indagine alle opportune autorità, decide di investigare imbattendosi in uno gnokko da paura che, in qualche modo, riuscirà a coinvolgere nel suo piano suicida mettendo a rischio se stessa, lo gnokko e la patria e rischiando, all'ultimo stadio, di far scoppiare una crisi internazionale. A me ricordano come “ossatura” i romanzi di un’altra autrice americana, Jayne Ann Krentz, conosciuta anche come Jayne Castle, Stephanie James, Amanda Quick, Jayne Bentley, Amanda Glass e Jayne Taylor, californiana, classe 1948. Leggere per credere.

In seguito la nostra protagonista di turno scopre che: si trattava di una festa di compleanno a sorpresa e ha appena rovinato il party di King George; il marito/padre/fratello di lei era stato raggirato e non ha mai contratto tanti debiti; l'uomo di cui si è innamorata durante la vicenda ha le conoscenze adatte al Ministero della Guerra per metterci una pezza.

Grazie all’ingenuità di certe fanciulle di inizio secolo, questo tipo di eroina pare spopolasse nelle librerie. Io le ho soprannominate Piaghe. Piaga di solito è bella, spiritosa, interessante. A volte è un’ereditiera, a volte poverissima ma ciò non cambia il succo della vicenda. Spesso Piaga ha a che fare con sorelle esuberanti, desiderose di scappare sul continente con l'uomo sbagliato, infatti le storie sono tutte ambientate quando il Continente era invaso da Napoleone. Se Piaga non ha sorelle, ha qualche fratello stile Piccolo Lord, a cui deve garantire un futuro. Il primo passo di Piaga è di mettersi nei guai e, mentre è nei pasticci o cerca di uscirne, incontra Piaga 2, l'eroe, il Lui che stavamo aspettando.

Gli eroi della Darcy sono proprio d'altri tempi: non se ne fanno più (meno male). Sono avvenenti secondo il senso comune del primo Novecento, indossano abiti costosi, hanno due o tre titoli altisonanti, sono pettinati con raffinatezza. Insomma, eroi scavezzacollo che però, paragonati a Piaga, possiedono un po’ di buonsenso e istinto di conservazione. Piaga e Piaga 2, in qualunque situazione, si guarderanno negli occhi, prenderanno atto di dettagli irrilevanti (lei ha un neo sul lobo sinistro, lui una piccola abrasione al polso destro) e tra loro scatterà una scintilla più luminosa della pila di Volta. Magari accadrà dopo duecento pagine, ma il colpo di fulmine, vero protagonista silente dell'autrice, è immancabile: un nanosecondo e... zac! Piaga 2 è andato. Peggio del virus dell’influenza.

La parte del colpo di fulmine è un po' noiosa, la Darcy si perde in descrizioni inutili che, anziché pervadere la scena di romanticismo, portano il  lettore alla narcolessia e, a volte, mi fanno lo stesso effetto delle scene di canto e danza dei musical (che detesto): prego che finiscano il prima possibile.

Gli sguardi tra Piaga e Piaga 2 sono il massimo dell’intimità e non mi spiego il perché, visto che all'epoca scriveva pure D'Annunzio, che di perversioni non se ne lasciava scappare neanche una. Strano, vero? In ogni caso, grazie alla brillante cooperazione tra le due Piaghe, il guaio scelto nel plot viene risolto e alla fine convoleranno a giuste nozze, parentado schierato tra giubilo e tripudio per la coppia che, al culmine della gioia, si bacerà sotto un romantico arco di rose/portale di pietra/giardino cittadino/casa storica.

Questa è la trama dei circa quindici libri che la Darcy ha pubblicato in trent'anni di carriera. So che raccontata così sembra un'autrice mediocre, in realtà manca solo di fantasia ma credetemi, ho letto di peggio anche in libri più moderni. Un’ultima notazione da segnalarvi: le copertine dei suoi libri, a differenza di quelle moderne in computer grafica, con espressioni ebeti e pose innaturali, sono autentici capolavori, in particolare l'edizione americana della Darcy vanta splendide pitture di Allan Kass, una delle mie preferite è quella del libro intitolato Cressida. Da come ho descritto i suoi libri capisco che non siate entusiaste di leggerla ma va ascritta anche lei, con le sue opere, alla storia del Romance e alla sua evoluzione, e ci aiuterà a capire molto di ciò che si scrive oggi.